Abitare, Benessere

Trovato cervo zombie a Yellowstone

Potrebbe sembrare l’inizio della trama di un film horror, ma purtroppo è realtà.

La malattia comporta un deperimento cronico, ed è mortale per cervi, alci e wapiti. E’nota in ambiente veterinario come CWD e provoca un dimagrimento cronico dell’animale che viene infettato. Al momento non esiste un vaccino di cui si riconosca l’efficacia, perciò cervi alci e wapiti sono ad altissimo rischio. Trovato cervo zombie a Yellowstone

Leggi tutto: Trovato cervo zombie a Yellowstone

Primo caso confermato negli USA

Lo hanno individuato nel Parco di Yellowstone il primo caso confermato negli USA, ma la malattia è già stata riscontrata in Canada, Europa (Norvegia Svezia e Finlandia) ed in Asia (Corea). Il timore è che si diffonda e possa creare una vera ecatombe tra gli ungulati selvatici. Se non verrà rintracciato un vaccino efficace, la popolazione dei ruminanti potrebbe essere decimata.

Un maschio sempre più lento

Era un maschio il soggetto che hanno trovato deceduto. Era dotato di radio-collare, e i suoi movimenti erano già segnalati come rallentati. Dopo sei ore di completa immobilità, sono scattati gli allarmi. Il cervo non era stato assalito e predato, quindi il pensiero è andato immediatamente alla CWD. Era molto emaciato, come se non si nutrisse da tempo.

Un decorso molto lungo prima di manifestarsi

La malattia ha un decorso molto lungo, tra i 18 e i 24 mesi, perciò molti degli esemplari controllati di routine, spesso risultano completamente sani, anche se stanno già sviluppando la malattia. Pare sia dovuta ai prioni che si accumulano nel cervello degli animali, e si diffondano tranne i fluidi corporali. Anche il rituale sfregamento muso contro muso, potrebbe essere sufficiente per diffondere il morbo.

Trovato cervo zombie a Yellowstone

Ricorda la mancanza di coordinazione della “mucca pazza”

Quando la malattia è conclamata, gli animali barcollano e rallentano, ricordano per alcuni aspetti la mancanza di coordinazione della “mucca pazza”. Gli orecchi diventano penduli, si muovono malvolentieri, perdono molto peso e curiosità per ciò che accade, inoltre diventano indifferenti verso gli umani di cui non hanno più paura. Per questi comportamenti viene definita in gergo la malattia del “cervo zombie”.

Non trasmissibile all’uomo

Non ci sono conferme che possa essere trasmesso agli umani, mentre in laboratorio sono stati accertate infezioni di topi e scimmie. I biologi si raccomandano di evitare di consumare carne che potrebbe essere infetta, e di maneggiare le carcasse e le carni con attenzione, usando sempre i guanti. Avvisano i cacciatori di allontanarsi da animali che mostrano evidenti sintomi, o che si lasciano avvicinare facilmente.

Campionamenti rafforzati

Ora che l’allarme è scattato tutti i wapiti, cervi e alci, verranno campionati, per testare l’eventuale diffusione del “cervo zombi”. Il timore è che con il lungo periodo di incubazione, divenga difficile riconoscere i cervidi colpiti. Riconoscere i sintomi, quando già la malattia è in corso, sarà una sfida grandissima, che i biologi intendono portare avanti. Al momento nessuna soluzione sembra possibile, anche l’abbattimento potrebbe rivelarsi tardivo con una simile tempistica. Trovato cervo zombie a Yellowstone

Trovato cervo zombie a Yellowstone

Credits: Pixabay

Benessere, Enogastronomia, Viaggi

Un “plov” è per sempre.

Nel medio oriente esiste un piatto che accomuna tutte le culture e che parla di ospitalità

Nella grande area che si stende ad Est del Mar Caspio e che comprende un grande numero di nazioni con il finale STAN nel loro nome, esiste un piatto che vi verrà riproposto in mille varianti. È il “plov” piatto nazionale uzbeko diventato patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Un piatto talmente diffuso da diventare una icona geografica come è la pizza per gli italiani. Un “plov” è per sempre

Leggi tutto: Un “plov” è per sempre.

Semplice ma corroborante

È un piatto relativamente semplice da preparare ed è molto corroborante. Lo conferma la leggenda che vuole che Alessandro Magno, dopo aver conquistato Samarcanda (a quel tempo Makaranda) volle regalare un pasto delizioso e ricostituente, alle sue truppe. Fece preparare un piatto a base di riso, carne, cipolle e carote, insaporite con la spezia locale, il cumino. Un’altra leggenda evoca il grande condottiero Tamerlano ed il suo esercito come iniziatore della tradizione di questo piatto.

Piatto nazionale

In Uzbekistan è il piatto nazionale, lo troverete in ogni ricorrenza, adatto a matrimoni funerali, battesimi ed ogni occasione degna di essere festeggiata. Viene anche servito in occasione delle faste del nuovo anno, il navruz persiano (Capodanno). in quel periodo riceverete una marea di inviti a consumare il plov assieme. Se sarete ospiti di qualcuno in quell’area non potrete sottrarvi.

Un “plov” è per sempre

Lo cucinano gli uomini

È un pasto che possono preparare tutti ma solitamente nelle occasioni ufficiali sono gli uomini a cucinarlo. Spesso avviene all’aperto in un kazan, un grande calderone che ha un diametro di oltre un metro a forma di wok, assomiglia ad una enorme paelliera, però concava. Il kazan può essere grande abbastanza per servire un pasto soddisfacente per oltre 100 persone.

Profumi avvolgenti

Il profumo speziato che avvolge ogni cosa fa scatenare una immediata salivazione. È un piatto che si adatta a qualunque situazione economica, tanto che il proverbio che lo accompagna ritualmente è: se sei ricco mangia plov, se sei povero mangia plov. Ma è soprattutto il piatto che parla di ospitalità, ne è il simbolo. Se vi invitano, non rifiutate, offendereste il padrone di casa.

Migliaia di varianti

Esistono migliaia di varianti, ma la base del piatto è il riso con dadini di carne, che può essere di manzo, agnello o pecora, cotto nell’olio o altri grassi. Le cipolle tritate vengono fatte quasi sciogliere completamente e le carote croccanti sono tagliate a bastoncini, grandi come il vostro dito mignolo, teste d’aglio, cumino. Questa la base ma poi potrete trovare ricette più ricche con ceci, uvetta, crespino, uova di quaglia, castagne e tutto ciò che la stagionalità offre per arricchirlo. Ovviamente, come ogni piatto che si rispetti, esistono molti gradi di piccantezza.

Un “plov” è per sempre

Cotto a parte o tutto assieme

In alcune aree ogni ingrediente viene cotto a parte e solo all’ultimo vengono messi assieme in grandi piatti fumanti che vengono serviti a centro tavola. In alcune aree lo mangiano con le mani, in altre lei servono dal piatto centrale con un cucchiaio o con la forchetta. A parte vengono servite ciotole con verdure stagione, spesso pomodori. Il fatto di condividere il pasto da uno stesso piatto fa comprendere come sia un piatto conviviale, un pasto di famiglia a cui vieni invitato a far parte.

Un poco di scenografia

Ci sono modi diversi di servirlo che dipendono dalle diverse culture locali e dalle tradizioni che si perdono nella notte dei tempi. Un modo di servirlo è abbastanza scenografico col riso a fare da base, con le carote a fare uno strato superiore e solo in cima viene posta la carne. In altre aree il miscuglio è generalizzato, in ogni caso il gusto non cambia tantissimo e, scenografico o no, vale la pena di provarlo. Un “plov” è per sempre

Un “plov” è per sempre

Credits: wikipedia, common,

Benessere, Enogastronomia, Viaggi

Kiwi spumante

Se amate i kiwi avete una ottima occasione per festeggiare

L’actinidia o uva spina cinese ha avuto un grande successo anche nel nostro paese, siamo secondi per produzione, ad una incollatura dalla Cina. Il frutto dalle grandi proprietà salutistiche, col suo alto contenuto di vitamina C, ha un ruolo importante sulla nostra digestione. Kiwi spumante

Leggi tutto: Kiwi spumante

Un enzima che agisce sul nostro stomaco

Contiene actidina, un enzima simile alla papaina (dalla papaia) che favorisce li nostri processi interni, svolge anche una ottima azione per il nostro intestino, è infatti consigliassimo per chi soffre di stitichezza.

Una soluzione per gustarli non solo come frutta

Ora i kiwi hanno trovato una soluzione alternativa per essere gustati, vengono trasformati in spumante, senza l’uso di uva. Al loro sugo vengono aggiunti zucchero e batteri utili alla fermentazione alcolica. In val Fontanabuona, alle spalle di Genova e a pochi chilometri dal centro città, lo realizzano già da alcuni anni con un buon successo.

Kiwi spumante

Vinificato ogni due anni

La spumantizzazione avviene ogni due anni, perché l’actinidia ha produzioni alterne, un anno assai cospicue e la successiva inferiore. Quando la produzione è rilevante viene fatta la vinificazione. Un modo di bere diverso ed interessante. Che ha dalla sua parte anche la sostenibilità di tutto il progetto, perché nulla venga sprecato anche negli anni di abbondanza.

PIccola azienda e B&B

Viene realizzato in una micro azienda familiare, titolare di un B&B a Neirone, Villa Maia di Ognio. I proprietari lo producono solo per i loro clienti, ma non non è  impossibile che arrivino anche alla commercializzazione. Qualche gestore di enoteca che l’ha assaggiato l’ha gradito, e potrebbe essere interessato a distribuirlo. Sono rimasti sorpresi della sua qualità e hanno chiesto quale fosse il vitigno d’origine, credendo che fosse originato da uve.

Marmellate e farina di castagne

Nel B&B producono anche marmellate di uva americana e quello che è un vero caposaldo della cultura ero gastronomica ligure la farina di castagne. Le castagne e i suoi derivati sono state per secoli uno degli elementi base della cucina nell’entroterra che si specchia nel mar Ligure. 

Espansione possibile e recupero

Le idee dei proprietari sono di espandere la ricettività con tende e casette sparse sul territorio. Una iniziativa lodevole a supporto del turismo e del recupero del territorio. Turismo ed eno-gastronomia vanno a braccetto e sono tra gli obiettivi più ricercati. Kiwi spumante

Kiwi spumante

Credits: Pixabay

Abitare, Benessere, Viaggi

Troppo amore fa male

I lucchetti dell’amore stanno creando condizioni difficili in molte aree

Nati per celebrare e confermare un amore eterno i “love locks” (lucchetti dell’amore) sono diventati invisi in alcune città ed aree. Le diverse collocazioni in luoghi ameni, particolarmente belli e significativi per celebrare un patto amoroso, si sono trasformati in problemi difficili da risolvere. Troppo amore fa male

Leggi tutto: Troppo amore fa male

Parapetti pericolanti

Agganciati a parapetti dei ponti o alle ringhiere dei monumenti sono passati da elogio dell’amore a stress strutturali. il loro peso eccessivo ha messo in difficoltà alcune strutture, i parapetti si sono pericolosamente incurvati sotto al peso di migliaia di lucchetti agganciati uno all’altro con inciso le iniziali o i nomi degli amanti.

Sanzioni per i trasgressori

In molte città sono malvisti e le amministrazioni hanno messo il divieto di continuare ad agganciarli. Anzi hanno intrapreso azioni di rimozione per liberare i monumenti dal peso eccessivo di tutti questi lucchetti, diventate vere montagne di acciaio, rame, bronzo ed altri metalli. Inoltre nel caso dei ponti le chiavi per suggellare il gesto d’amore vengono lanciate nei fiumi sottostanti, procurando altro inquinamento da metalli.

Campagne di dissuasione

Roma, Londra, Venezia, Parigi e molte altre grandi città hanno lanciato campagne informative in quel senso, arrivando anche a mettere sanzioni per i trasgressori. Ma anche questi deterrenti non funzionano sempre. Ora una nuova campagna etologica contro l’uso dei lucchetti dell’amore, sta interessando anche gli Stati Uniti, nel tentativo di salvare i condor.

Troppo amore fa male

Come le gazze sono attirati da ciò che luccica

I grandi uccelli sono attratti da tutto ciò che luccica, perciò le chiavi che vengono nel Grand Canyon vengono ingerite dai grandi uccelli spazzini. Negli stomaci di qualcuno di questi volatili sono stati trovati sia chiavi, monete ed interi lucchetti che erano riusciti a staccare. Il Grand Canyon ha questa fama di luogo estremamente romantico ed affascinante, per questo molti innamorati vi si recano e cercano di lasciarvi un segno..

Da amore eterno a morte

Le chiavi suggellano l’eternità del loro amore, bloccato per sempre con quel lucchetto, ma diventa strumento di morte per i condor. I guardaparco hanno iniziato una campagna informativa in quel senso, cercando di dissuadere gli amanti da agganciare i loro lucchetti. Fanno leva anche sul senso estetico, paragonando l’aggancio alle recinzione ad una forma di saccheggio delle bellezze del luogo. Come se si volesse imbrattare con un graffito o una bomboletta spray un luogo che è di tutti.

A rischio estinzione

I condor sono ad alto rischio estinzione perciò ogni esemplare è prezioso. Perderli per una attività che dovrebbe essere romantica sembra poco ortodosso. I condor californiani hanno il loro habitat preferenziale nell’area del Gran Canyon ma i lucchetti e le loro chiavi non li aiutano. I metalli non possono essere digeriti e ostruiscono gli stomaci degli uccelli. Se ne ingeriscono solo uno possono sopravvivere, ma se ne ingoiano diversi il gioco diventa pericoloso.

Quasi estinti negli anni ’80

La loro alimentazione aveva già rischiato di farli scomparire negli anni ’80 a causa dell’ingestione dei pallini di piombo che ingerivano con le carcasse degli animali colpiti ma non recuperati dai cacciatori. l’avvelenamento da piombo aveva ridotto la loro popolazione a soli 22 esemplari. Con una buona campagna di ripopolamento ora circa 400 condor volteggiano sul sud della California. 

Niente metalli di piccole dimensioni

I ranger chiedono di prestare molta attenzione nel lasciare all’aperto rifiuti che contengono metallo come tappi di bottiglia o simili. I condor raccolgono gli oggetti luccicanti e li portano al nido dove i piccoli rischiano di morire anche per un solo elemento metallico. I condor hanno una vita riproduttiva molto lenta e perdere nidiacei per una chiave sarebbe davvero triste e complicherebbe la loro esistenza. Troppo amore fa male

Troppo amore fa male

Pics: Pixabay

Benessere, Enogastronomia, Viaggi

La dolce appiccicosa Baklava

Il dolce è una parte importante dell’identità culinaria di così tanti luoghi che molti popoli ne contestano l’origine

Sgombriamo subito il campo, lo troverete al maschile o al femminile, come pasticcino o torta. A noi piace al femminile, ma potete chiamarla il baklava ciò che importa è che sia buona. Tra i luoghi che sicuramente conoscono meglio e prepara meglio la baklava c’è la Turchia. Considerato il dolce nazionale per eccellenza, ha sempre un posto importante al centro delle vetrine delle pasticcerie. L’origine potrebbe essere siriana, Damasco e Aleppo sono tra le città che si contendono il primato, ma è ancora la Turchia ad averne fatto un vero business. La dolce appiccicosa Baklava.

Leggi tutto: La dolce appiccicosa Baklava

Pasta fillo come ingrediente particolare

Alla base del celebre dessert, tanti strati di pasta fillo, quasi trasparente e croccante ripiena di noci, sciroppo e miele. L’uso del miele la rende appiccicosa, perciò chi mangia baulava è obbligato a leccarsi le dita. La baklava viene preparata con 10 o 11 strati di pasta fillo, stesa così sottilmente da diventare una velina attraverso la quale si può vedere il mondo. Gli strati vengono ancora sovrapposti a mano, per questo il procedimento è lento e necessità di manualità molto delicata.

Non è un prodotto industriale

Esistono baklava di produzione industriale ma sono riconoscibili per lo spessore della pasta. Nessun turco, greco, afghano, iraniano, armeno o siriano porterebbe mai a casa o in dono, una torta non artigianale. I pasticceri che la preparano hanno bisogno di un training  piuttosto lungo. Un pasticcere in grado di stendere velocemente la pasta senza romperla avrà sempre un mestiere

Lo conoscevano già gli Assiri

Già gli assiri conoscevano un dolce molto simile a questo, perciò le origini si perdono nel tempo. Proprio l’area del loro impero è quella doveva baklava è diffusa e percepita come il dolce base. Il dolce che ti accompagna dall’infanzia fino alla matura età. Le versioni più vicine alle attuali risalgono a 5 secoli fa, quando a regnare era l’Impero ottomano.

La dolce appiccicosa Baklava

Dolce delle feste e prezioso

Era il dolce delle feste e veniva conservato per speciali evenienze. Era il dolce delle festività ufficiali e di rappresentanza. Era costoso perché le materie prime erano “preziose”, miele, zucchero e noci. Inoltre serviva quella speciale abilità per realizzarlo. La baklava ha anche versioni salate o  “meno dolci”. Già i romani ne realizzavano una versione ripiena di formaggio e miele, insaporita con foglie d’alloro, molto energetica.

In dono ai Giannizzeri

I Giannizzeri contribuirono creare il mito della baklava in quanto durante il ramadan a loro erano riservati i vassoi del dolcetto. Era un rito molto sentito a cui seguiva una processione. I cristiani a loro volta interpretarono il dolce nel periodo quaresimale con ben 40 strati di pasta, oppure con 33 strati a rappresentare gli anni di Cristo. Questa tradizione dei 33 strati di sfoglia resiste nella torta pasqualina della tradizione genovese. Anche gli ebrei la servivano in feste rituali. Le più grandi religioni son tutte attraversate dalla dolce appiccicosità di questo dessert.

Tante varianti, spezie e sciroppi

Tipico dolce di corte, ogni rappresentante dell’Impero ottomano portava con se questa tradizione ed essendo un dolce ricco e riservati a nobili e cortigiani, contribuì a donargli un’aura mitica e quasi mistica. Non tutti gli ingredienti erano sempre disponibili e nacquero diverse varianti, la più celebre delle quali è a base di pistacchio. In altri paesi troverete profumi speziati di cannella e chiodi di garofano, in altre al posto delle noci troverete le mandorle.

Il dolce dei ricordi d’infanzia

Per la sua particolare dolcezza la baklava è il dolce dei ricordi d’infanzia. Ogni popolo riconosce nell’armonicità dei sapori del ripieno le proprie origini. Come sempre i greci rivendicano le origini del dolce e la querelle coi turchi è infinita e irrisolvibile, come quella siciliana tra arancino e arancina. Un consiglio se vi offrono baklava, mangiatela, leccatevi le dita e state zitti, non innescate nessuna polemica sul luogo d’origina. La dolce appiccicosa Baklava

La dolce appiccicosa Baklava

Credits:Pixabay

Benessere, Enogastronomia, Viaggi

Rintracciato un curry di almeno 20 secoli

E’ un mix di spezie che veniva commercializzato in tutto il sudest asiatico e che è ormai comune in ogni cucina fusion

Un nome inventato che non significa nulla

Il nome curry è stato utilizzato dagli occidentali che acquistavano i mix di spezie per esportarle in Europa. Ne sono state rintracciate tracce in antichi mortai e pestelli con gli ingredienti molto simili a quelli attualmente utilizzati. Il nome deriva dalla contaminazione di un termine tamil “kari” che significa, salsa, condimento. Non identifica un solo elemento ma una fusione di diversi ingredienti, pertanto il curry, come lo conosciamo in Europa, in Asia ha cento nomi diversi. Forse non è la spezia più antica ma sicuramente ci si avvicina. Rintracciato un curry di almeno 20 secoli

Leggi tutto: Rintracciato un curry di almeno 20 secoli

Spezie necessarie per coprire i cattivi odori

Sono stati i coloni europei ad utilizzarlo per primi, per farsi capire dai locali e poterne fare commercio. Indicava qualsiasi pietanza speziata e le relative spezie. La necessità di insaporire le carni in modo da coprire i cattivi odori delle carni e del pesce, in tempi in cui la refrigerazione non esisteva, ne facevano un ingrediente molto gradito. Fu alla base di grandi fortune per le compagnie commerciali come quella delle Indie Orientali.

Da un sito del Sud Vietnam 

Dalle tracce di materie prime contenute negli antichi mortai e relativi pestelli, rintracciati in un sito archeologico del sud Vietnam, i ricercatori sono riusciti a riconoscere almeno 7 ingredienti. La cosa curiosa è che quegli ingredienti sono gli stessi ancora utilizzati oggi per produrre il mix di spezie. Curcuma, chiodi di garofano, zenzero e zenzero in polvere, valanga, cannella, latte di cocco e noce moscata. Attualmente vengono aggiunti altre spezie ma tutti questi sono ancora alla base della ricetta da almeno due millenni.

un curry di 20 secoli

Tanti mortai e pestelli

La presenza di grandi quantità di pietre in cui pestare e mescolare le spezie, ha fatto comprendere che erano sicuramente destinate al commercio, e non all’uso delle piccole comunità locali. La città dove sorgeva il sito archeologico è una in una zona di collegamento tra molte via di accesso terrestre, fluviale e marino. Buoni collegamenti hanno permesso una buona circolazione del curry, in un’area che andava dall’Oceano Indiano a quello Pacifico.

Navi e carovaniere attraverso tutta l’Asia

Alla distribuzione in Medio Oriente pensarono le rotte commerciali europee o le carovaniere che trovavano sbocco sulle coste del Mediterraneo. Il sito era una sorta di collettore di spezie provenienti da diverse aree, ad esempio i chiodi di garofano vengono raccolti sono in un’area ristretta dell Indonesia, ma erano parti della ricetta. Perciò gli ingredienti arrivavano qui, erano lavorati e poi distribuiti ovunque via mare o terra.

Datazioni al carbonio

Le datazioni dei semi e delle sostanze risalgono al 200 A.C. e datano molto più in passato la conoscenza di questa ricetta. Uno dei mix profumati più longevi, ed uno dei più fortunati. Da decenni la cucina etnica si serve di spezie per rendere appetitosi i propri piatti e questa mescolanza di sapori e profumi ha fatto la fortuna di molte cucine, ad esempio la thai, la vietnamita e quella indiana, rendendo decisamente mondiale la sua sfera d’influenza. Rintracciato un curry di almeno 20 secoli

un curry di 20 secoli

Credits: Pixabay

Enogastronomia, Eventi, Viaggi

Stappato lo spumante invecchiato per sei mesi sott’acqua

Le 1.700 bottiglie depositate sul fondo del mare in Norvegia sono state recuperate.

Nata da un progetto a quattro mani tra una compagnia di crociere norvegese ed un’azienda vinicola inglese. Le casse di vino erano immerse per 6 mesi in una zona a nord della Norvegia con temperature costanti tra i 5 e gli 8 gradi Celsius. Le casse erano a circa 30 metri di profondità in modo da non essere sollecitate dal moto ondoso. Stappato lo spumante invecchiato per sei mesi sott’acqua

Leggi tutto: Stappato lo spumante invecchiato per sei mesi sott’acqua

Esperienza non nuova

L’esperienza di vini fatti invecchiare in profondità non è insolita. Sono diversi i progetti in corso, sia in acque marine e lacustri. Anche nel Lago di Garda ad esempio è possibile incontrare i grandi cestelli colmi di bottiglie posti a maturare a temperature basse e costanti. Un effetto cantina che in tempi di riscaldamento globale potrebbe essere una risorsa futura.

Per celebrare un evento

Il vino invecchiato in fondo al mare è nato per festeggiare un anniversario della compagnia di navigazione e crociere. Le bottiglie sono a bordo delle sue navi e gli ospiti potranno brindare con quelle bollicine speciali. I sommelier che hanno stappato le prime bottiglie, si sono dichiarati molto soddisfatti, e di aver ottenuto quanto desiderato.

Stappato lo spumante sott'acqua

Sigillate con la ceralacca

Le bottiglie per evitare ogni contaminazione con le acque marine sono state sigillate con la ceralacca. La consistenza e il perlage erano migliorate, così come il gusto. Gli enologi avevano immaginato che il mantenimento in acqua per un semestre, quasi al buio e con una pressione esterna maggiore, avrebbe influenzato la rotondità del vino. Successo pieno a detta dei degustatori che lo hanno potuto assaggiare, con note e sentori agrumati e minerali.

Anche cocktail

Per proseguire nell’esperienza alcolica, a bordo delle navi da crociera, vengono serviti cocktail con ingredienti speciali. Uno di loro è a base di vodka insaporita coi resinosi aghi di pino raccolti in un’isola norvegese molto remota. Immaginiamo che anche i gin, non solo trasparenti, che sono molto di moda attualmente, siano stati insaporiti e arricchiti di colori in modo inusuale per garantire tutto uno spettro di gusti. Non resta che sorseggiare spumante e cocktail mentre la nave va. Stappato lo spumante invecchiato per sei mesi sott’acqua.

Stappato lo spumante sott'acqua
Stappato lo spumante sott'acqua

Credits: Pixabay e Hurtigruten

Abitare, Benessere, Viaggi

In Francia vietati i voli brevi.

Una scelta che fa discutere ma che potrebbe essere copiata 

Sono decisamente poche le tratte ad essere interessate a questo divieto, perché sono legate ad alcune condizioni. Le tratte che non superano le 2,5 ore di volo possono essere soppresse, ma solo se ci sono corse in treno che possano sostituirle. I treni devono avere orari regolari ed essere presenti nelle ore che possono interessare il grande pubblico. Servirà un ulteriore rafforzamento dei percorsi su strada ferrata per migliorare il servizio. In Francia vietati i voli brevi

Leggi tutto: In Francia vietati i voli brevi.

Un territorio che aiuta

A parte una limitata zona alpina ed i Pirenei, la Francia ha un territorio pianeggiante o di piccole colline, adatto a sviluppare bene una rete ferroviaria veloce. I leggendari TGV già coprono una larghissima parte del territorio. Facile fare un rapido confronto con la situazione italiana. Territorio molto più montuoso e rete ferroviaria claudicante, specie al sud. Inoltre la situazione delle isole maggiori non depone favorevolmente in quel senso. Le 13 ore necessarie per andare da Trapani e Ragusa spiegano bene come siano improponibili al momento  le soppressioni dei voli brevi.

Scopo principale ridurre l’inquinamento

I voli aerei inquinano moltissimo e contribuiscono al cambiamento climatico. Ridurre la loro frequenza nelle linee di raccordo può aiutare a decarbonizzare e sarebbe un invito a cambiare stile di vita. L’iniziativa verrà testata per tre anni. Se ci saranno i vantaggi supposti il divieto continuerà. Molte delle linee interne europee potrebbero raccogliere l’invito ed adeguarsi. Sono molte le percorrenze che potrebbero essere coperte dai treni veloci, sconvolgendo il modo abituale di viaggiare di molti cittadini.

In Francia vietati i voli brevi

Velocità superiore

I treni ad alta velocità possono rivelarsi meno costosi in termini d’inquinamento e consumi di energie fossili. Inoltre spesso i tempi sono ridotti rispetto ai voli per i quali occorre presentarsi in anticipo agli aeroporti, fare check-in, prendere posto, volare, ritirare l’eventuale bagaglio e raggiungere il centro città. Il treno offre la possibilità di arrivare direttamente nel cuore delle città

Critiche per le poche tratte coinvolte

Al momento le tratte coinvolte sono quelle che collegano Parigi a tre grandi centri Nantes, Bordeaux e Lione. Sono circa 5.000 voli su un ammontare di quasi 200.000 che solcano i cieli di Francia. Ma questo è solo l’inizio, il governo francese intendere estendere il divieto quando le condizioni di maggiore frequenza dei treno verranno soddisfatte.

Impensabile che sia definitivo

L’invito a cambiare stile di viaggio e di vita non può essere definitivo. Ma è una buona indicazione di come potrebbe migliorare il servizio e soprattutto come potrebbe migliorare la qualità della vita dei cittadini. Anche se l’impatto a livello di decarbonizzazione sarà minimo, compie un’azione simbolica che riduce l’impatto delle emissioni. Una nuova cultura del viaggio è il tema da sviluppare e speriamo che l’Europa sappia fare tesoro di questo esempio e lo applichi ovunque. In Francia vietati i voli brevi

In Francia vietati i voli brevi

Credits:Pixabay

Abitare, Benessere, Viaggi

I veri re di New York sono i topi

Ogni tentativo di ridurre il loro numero è stato inutile

Sono i topi a dominare la scena nella grande mela. Dopo la leggenda urbana dei coccodrilli albini nati nelle fogne della città, ora è il turno dei topi di essere sempre in prima pagina. Non passa giorno senza che qualcuno denunci la loro invadenza. Escono dagli scarichi dei bagni, cadono dal soffitto di vecchi palazzi o scorrazzano tra i piedi degli utilizzatori della metropolitana. Troppi è la parola che accompagna i loro quotidiani avvistamenti. I veri re di New York sono i topi.

Leggi tutto: I veri re di New York sono i topi

Il sindaco Eric Adams

Il sindaco Eric Adams ha deciso di dichiarare loro guerra ed ha eletto una italo-americana a “domatrice di topi”. La signora Kathleen Corradi ha dichiarato che intende essere la nuova sceriffo e che non darà loro tregua. Non sappiamo se si travestirà da pifferaio di Hamelin per incantarli con la sua musica fino a raggiungere il mare. Ma una cosa che la fiaba non racconta è che i topi sanno nuotare benissimo. Non crediamo che annegarli sia la soluzione praticabile.

Un approccio diverso

Ovviamente servirà un approccio diverso, sinora il sistema di catturarli, avvelenarli, ucciderli non ha dato risultati. Ogni volta il metodo ha dato risultati appena impercettibili, mentre la popolazione dei ratti ha continuato ad aumentare senza pietà. Servirà sicuramente un metodo scientifico appropriato per ripulire la città dalla loro presenza.

I veri re di New York sono i topi

Studiare nuove proposte

Il compito della signora Corradi, sarà di studiare ogni possibile nuova soluzione, che tenga conto delle conoscenze antiche ed attuali delle loro abitudini. I topi di fogna, rattus norvegicus il loro nome scientifico, nonostante il none vengono dalla Cina. Si sono diffusi in ogni parte del pianeta, tranne l’Antartico ed in una piccola isola hawaiana, divenuta celebre proprio per quella proprietà. Hanno cominciato a diffondersi ovunque grazie ai trasporti via mare. Sono saliti a bordo delle navi e si sono lasciati trasportare in ogni porto. Probabilmente a New York sono arrivati nel periodo della guerra con gli inglesi.

Avvelenati e sterilizzati

Avvelenati, gassati, soffocati, sterilizzati tutti interventi senza successo. Sono secoli che gli amministratori newyorchesi tentano di risolvere il problema. I topi sono intelligenti ed imparano velocemente, si adattano alle difficoltà e ai disagi. Comprendono come funzionano le trappole, e dopo poco tempo riescono ad evitarle, e diffondono questa conoscenza alle nuove generazioni. Probabilmente assieme alle blatte sono i candidati a prendere il sopravvento quando noi umani ci saremo estinti.

Pulizia e riordino

I ratti sono gli indicatori che i servizi igienico-sanitari, salute, edilizia, crisi degli alloggi non funzionano o hanno creato disparità sociale. La città ha bisogno di maggiore pulizia e riordino delle strutture pubbliche e private, per combattere questa invasione di roditori. La guerra alla loro sovrappopolazione rischia di diventare una guerra ai più poveri e fragili che vivono in condizioni disagiate. Se la campagna di pulizia per togliere habitat ai topi sarà utile anche agli umani, sarà un’ottima cosa.

I veri re di New York sono i topi

Più puliti del previsto

I ratti razzolano nello sporco per recuperare cibo, ma preferiscono le aree pulite. Purtroppo diffondono molte malattie, alcune assai pericolose come la peste bubbonica e la leptospirosi, anche per gli umani. Raggiungono la fertilità in appena 4 mesi, e questo li rende tra gli animali più prolifici che si conoscano. Ogni femmina può generare circa 50 cuccioli ogni anno. Moltiplicate il tutto per il numero dei presenti e comprenderete quanto il problema sia enorme.

Buona fortuna

Non resta che augurare buona fortuna alla signora Corradi, il lavoro non le mancherà. Le testate newyorchesi hanno salutato il suo incarico con una buona dose di ironia titolando: “C’è un nuovo sceriffo in città”. Nell’epoca della conquista del west, gli sceriffi riuscirono, spesso con le maniere forti, ad imporre che la legge venisse rispettata ed a catturare molti fuorilegge. Ora i fuorilegge hanno baffetti, naso a punta, pelo lungo e coda, riuscirà nell’impresa di metterli tutti in gabbia? I veri re di New York sono i topi.

Credits/ Pixabay

Abitare, Eventi, Viaggi

Gli omini verdi di Roswell

Sono passati 75 anni dalla “cattura” di un’astronave aliena.

Tutti gli appassionati di fantascienza conoscono bene l’argomento e hanno seguito tutte le evoluzioni di questa storia. Nel 1947 un vaccaro del New Mexico trova sul suo fondo dei detriti che non riesce a riconoscere. Sono di uno strano metallo che sembra tessuto, gomma, alluminio, e strumenti che sembrano sensori. Li carica su un camion e li porta alla stazione di polizia. La notizia esce sulla stampa locale col titolo “catturato un disco volante”. È l’inizio di una frenesia infinita. Gli omini verdi di Roswell

Leggi tutto: Gli omini verdi di Roswell

Cominciano gli avvistamenti

Da quel giorno cominciarono ad arrivare notizie di avvistamenti nei cieli di tutti gli stati Uniti. Le salsiere volanti “the flying saucers” popolarono i sogni e gli incubi degli americani, e presto la cosa si diffuse ovunque. Libri e molti fumetti si appropriarono di questa storia e crearono una vera e propria letteratura spaziale fatta di invasori di altre galassie. Nacquero le leggende sugli occupanti del disco volante, i famosi omini verdi, presi in ostaggio dal governo degli USA e nascosti in un centro apposito, segretissimo. A seconda dei timori personali gli omini vengono reclusi, studiati, sezionati, messi a mollo in speciali gel, ibernati, sono vivi, sono morti, si sono dissolti e la fantasia galoppa.

Hollywood si getta sul tema

Ad Hollywood sono sempre alla ricerca di nuovi temi che possano tenere incollate le persone alle loro poltrone mentre divorano popcorn. Il genere fantasy ha sempre un gran fascino e tutte le serie dedicate allo spazio e agli incontri con alieni fanno incassi fantastici. Incontri ravvicinati del terzo tipo, Star wars, Alien, ET, Mars attacks! tanto per fare qualche esempio celebre, fanno aumentare il desiderio di nuove storie. Il cinema sforna pellicole a pieno regime, raffazzonate, con effetti speciali risibili, ma sufficienti per stimolare la fantasia e la curiosità. Intanto il mito cresce, gli omini verdi dai corpi sottili, grandi teste ed occhi enormi, sono dappertutto. Si sono trasformati e vivono tra noi senza farsi riconoscere. Ci studiano per trovare i nostri punti deboli.

Gli omini verdi di Roswell

La realtà è decisamente diversa

Quell’astronave aliena in realtà era un pallone di ricognizione, destinato a sorvolare i cieli della Russia. La guerra fredda era in pieno sviluppo e gli americani cercavano prove che i russi stessero sperimentando la bomba atomica. I palloni aerostatici forniti di sensori sorvolavano i territori sovietici in un’azione di spionaggio che non poteva essere rivelata. Perciò fece comodo al governo USA incrementare le leggende di un UFO catturato, piuttosto che svelare la verità. Per aggiungere pepe comparvero i cartelli di “zona con accesso proibito” e “pericolo mortale”, proprio nell’area di Roswell o nell’Area 51 nel Nevada. Ovviamente nulla stimola di più la curiosità di un luogo non accessibile, ed il gioco era fatto. Gli omini verdi erano sicuramente custoditi lì.

Gli UFO esistono

Gli UFO esistono anche se nessuno ancora ci ha spiegato cosa siano in realtà, se fenomeni naturali o astronavi aliene. Qualcuno obietta che con un numero infinito di galassie e pianeti, sembra impossibile che non si siano evolute altre specie. Se sono così evoluti da poter viaggiare a velocità impensabili attraverso lo spazio probabilmente ci snobbano e ci considerano alla stregua di primitivi. C’è chi dice che una volta che ci abbiano visitati, non ci abbiano trovati di loro gradimento e abbiano fatto di tutto per allontanarsi in fretta. Discorso che non fa una grinza.

Business is business

Come sempre dove c’è curiosità, c’è possibilità di far denaro. A Roswell non se lo sono fatto ripetere e tutto ciò che poteva essere trasformato in vagamente alieno, ha preso quella piega. Dal localino dove far colazione, al ristorante, al supermercato, alla pompa di benzina, tutto è stato dotato di simbologia extraterrestre.  E l’isteria aliena continua, con qualche alto e basso. Gli appassionati continuano a proliferare, hanno le loro convention, a cui invitano sempre gli alieni a palesarsi. Chissà forse qualcuno finalmente lo farà e si concretizzeranno gli incontri ravvicinati del terzo tipo. Gli omini verdi di Roswell

Gli omini verdi di Roswell

Credits: Pixabay