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Sopravvivere in oceano aperto si può

Sulle costa Usa arrivano animali partiti dal Giappone

7.000 km di mare aperto, attraverso l’Oceano Pacifico e  riuscire a sopravvivere. Gli scienziati Usa non credevano ai loro occhi quando hanno rintracciato pesci, crostacei, spugne o stelle marine che provenivano dal Giappone. Esseri viventi strappati dalle coste nipponiche dopo lo tsunami del 2011 ed arrivati sulla costa statunitense. 

Un deserto fatto d’acqua senza nutrimento

Com’era possibile che fossero sopravvissuti attraversando l’oceano che è in pratica un deserto liquido? Gli animali e la flora marina hanno bisogno del ciclo del fosforo e questo può avvenire solo in vicinanza delle coste. La cosa sorprendente è che continuano ad arrivare a distanza di 8 anni. Le teorie scientifiche, finora note, ritenevano che non fosse possibile sopravvivere oltre i due anni in oceano aperto. Questa scoperta conferma la teoria evoluzionista di Darwin.

Migrazioni legate ad eventi straordinari

Gli organismi viventi migrano a causa di eventi straordinari e colonizzano nuove aree, dando vita a specializzazioni legate al nuovo territorio. Questo conferma com’è avvenuto il ripopolamento del Madagascar, isola molto distante dall’Africa. Quello che ha aiutato questa lunghissima migrazione sono stati i detriti spezzati o levati dagli ormeggi durate lo tsunami. Barche piloni, pontili, ormeggi, boe strappati dalla loro collocazione hanno cominciato a fluttuare seguendo le correnti marine. Qualcuno di quei detriti era già una colonia di crostacei o spugne ed il loro viaggio è iniziato.

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Come sono riusciti a nutrirsi

Nessuna sorpresa sul galleggiamento dei detriti, ma la domanda resta. Come hanno fatto a nutrirsi questi esseri viventi? I vermi del legno hanno avuto dalla loro i detriti che hanno fornito allo stesso tempo trasporto e cibo. Ma i granchi? I pesci della costa? le stelle marine? Una teoria suppone che gli organismi che si fanno trasportare dalla plastica raggiungano una sorta di letargo. Ovvero riducono la loro alimentazione accontentandosi del plancton o di altri detriti che incontrano nell’oceano. Qualcuno potrebbe aver usufruito di un “passaggio” da isolotti formati da alghe, anche in questo caso trasporto e cibo gratuito.

E’ la plastica a favorire i naufraghi

La lunghissima sopravvivenza è forse legata al massiccio uso della plastica. Tanto che una barca giapponese in vetroresina ha fatto naufragio sulle coste Usa con all’interno 5 pesci perfettamente vivi. Nessuna delle specie arrivate sulla costa, dall’oceano, pare aver attecchito. La colonizzazione non è iniziata, forse perché troppo dispendiosa dal punto di vista energetico. C’è però un esempio illuminante. Alcune iguane sono riuscite a sopravvivere su alberi alla deriva, abbattuti da un fortunale sull’isola di Guadalupa. Trasportate dalle correnti hanno percorso oltre 300 km prima di arrivare sull’isola di Anguilla. Poiché qui non hanno trovato nemici, si sono facilmente riprodotte ed ora sono considerate invasive.

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Sopravvivere in oceano aperto si può lo dimostrano i pesci crostacei e spugne che derivano dallo tsunami del Giappone nel 2011
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