Benessere, Enogastronomia, Marketing

Caffè solo per ricchissimi?

Sarà sintetico quello che ci verrà proposto per contenere i costi.

Un articolo apparso recentemente ha suscitato molto scalpore, il caffè coltivato diventerà troppo costoso. Solo pochi potranno permetterselo. L’unica soluzione sarebbe virare verso il caffè sintetico, che potrebbe contenere molto i costi e restare disponibile per tutti i consumatori. Caffè solo per ricchissimi?

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Un altro prodotto sintetico

La notizia ha suscitato molto sgomento, non ci siamo ancora ripresi dalle bordate di carni sintetiche e farine d’insetti e ci vogliono togliere la bevanda preferita. Purtroppo la notizia si basa su dati precisi. Servono almeno 20 piante di caffè per soddisfare il nostro bisogno annuale, con le abituali due tazzine giornaliere. Una grande quantità che fa immaginare piantagioni immense a coprire tutto il pianeta.

Piantagioni immense e deforestazioni

Questo pone ulteriori problemi, servirebbe una massiccia deforestazione per installare nuovi impianti e questo va contro le logiche di protezione dell’ambiente. Inoltre serve molta acqua per far crescere le rosse bacche che contengono i chicchi. Il consumo di acqua è indubbiamente un altro dei problemi con cui si scontrano le piantagioni. Servono alternative in grado di soddisfare miliardi di consumatori.

Caffè solo per ricchissimi?

Sarà di origine vegetale e avrà lo stesso sapore 

Al momento non esiste una vera alternativa anche se molte compagnie si sono lanciate in sperimentazioni per ottenere un caffè non di origine vegetale. Le premesse sarebbero buone, il gusto non muta e resta indistinguibile al palato. Le biotecnologie sono in grado di riprodurre i sapori, i colori e gli accenti aromatici che rendono il caffè così amato.

Tutti gli elementi che formano il bouquet

Le varie componenti che formano il bouquet vengono estratte e riprodotte in laboratorio, grazie ad un assemblaggio di elementi vegetali. Materiali naturali che però non coinvolgono gli arbusti del caffè, l’uso di pesticidi, e preservano ambiente e consumi idrici. 

Finlandia capofila

In prima fila tra i laboratori che ricercano il perfetto caffè sintetico ci sono ovviamente aziende di paesi che sono formidabili consumatori della nera profumata bevanda. Nonostante il carattere molto flemmatico che si contrappone a quello fumantino dei paesi mediterranei, è la Finlandia il paese che consuma più caffè pro-capite. La loro industria è all’avanguardia, in questo campo. Sapremo accontentarci del caffè sintetico o nemmeno ce ne accorgeremo? Caffè solo per ricchissimi?

Caffè solo per ricchissimi?
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La nuova generazione di gelato industriale

Un reparto molto forte quello del gelato italiano, sia artigianale che industriale

Il binomio Italia-Gelato è molto comune nel pensiero di quasi tutti i turisti e i consumatori che visitano il nostro paese. E’ un vero orgoglio e si svolge nei mille rivoli in cui il gelato può essere mantecato e servito per soddisfare ogni palato. Lo “sweet tooth” il dentino dolce che caratterizza tutti i golosi, si svela in tutta la sua potenza in presenza di gelato. La nuova generazione di gelato industriale

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Un business eccellente

Tralasciamo per un momento chi come e quando lo ha inventato e concentriamoci sull’attualità. Il business legato al gelato e alle attrezzature e i prodotti che servono per prepararlo è in stragrande maggioranza italiano. I nostri brand sono riconosciuti ovunque, e portano con se il valore di qualcosa di estremamente buono, qualificato, e che mette di buon umore. Il gelato italiano è un veicolo promozionale di cui fruisce tutto il paese.

Materie prime sempre migliori

L’industria legata alla preparazione del gelato impiega quasi 5.000 lavoratori. La produzione si attesta sulle 200.000 tonnellate e genera un business di quasi 2 miliardi di euro. Siamo grandi esportatori battuti solo da Olanda e Francia, dove hanno sede le maggiori multinazionali del settore. Il nostro gelato artigianale è nel top di gamma e non si discute per la qualità delle materie prime e delle frutta, ma anche quello industriale sa farsi rispettare. Lo know how artigianale è servito per sviluppare un gelato confezionato eccellente.

La nuova generazione di gelato industriale

I grandi marchi alla carica

Grandi marchi della pasticceria e della cioccolateria hanno saputo mantenere l’assoluta qualità dei loro prodotti traslandoli anche nel campo del gelato. Siamo passati dai semplici “fiordilattte ricoperti” sullo stecco di legno, ai cornetti, diventati immediatamente iconici anche all’estero. A seguire sono arrivate le vaschette e i secchielli, grazie anche alle migliorate catene del freddo.

Morbidezza anche in vaschetta

Al successo del gelato confezionato ha contribuito anche la qualità degli ingrediente sempre più curati e qualificanti. Il gelato ha mantenuto morbidezza e “spumosità” anche nella versione industriale, e questo lo ha reso quasi sempre disponibile nei frigoriferi degli italiani. Ma le cose si evolvono ancora.

La nuova generazione di gelato industriale

Il gelato dei piloti

Sta arrivando sul mercato un nuovo gelato in barattolo che ha tra i fondatori il pilota di Formula 1 Leclerc e che ha dato nome al progetto. Si chiama LEC e oltre al ferrarista tra i fondatori del business, ci sono Federico Grom e Guido Martinetti che avevano sviluppato le gelaterie GROM e Nicolas Todt, da sempre legato a Leclerc.

Pochissimi grassi e zuccheri

Il gelato che propongono è innovativo con un basso apporto calorico, ma con un perfetto mix di sapori che mantiene intatto il livello di golosità. Nato dalle esperienze personali e per le esigenze di soddisfare il palato senza intaccare la linea, una necessità per chi deve mantenere un peso sempre perfetto come i piloti. Le calorie dei barattoli di LEC sono inferiori del 30% rispetto alla media dei gelati in vaschetta o barattolo, grazie ad un uso accorto dei grassi.

Perché resistere alle tentazioni?

Il piacere di degustarlo si accoppia così le esigenze di mantenersi in forma e toglie il timore di esagerare con zuccheri e dolcezza. Nel claim giustamente cercano di sdoganare il senso di colpa e chiedono “perchè resistere” ad un gelato così gustoso e leggero? Al momento i gusti sono ancora pochi ma probabilmente la gamma potrà aumentare se manterrà tutte le prerogative di un ottimo gelato. LEC nasce per essere presente tutto l’anno anche nella stagione invernale e sarà disponibile quasi ovunque in bar, ristoranti, e nella grande distribuzione. 

Nessuno vuole farne a meno

Il gradimento del gelato da parte degli italiani è altissimo! Sono il 98% degli intervistati a dichiarare di amarlo moltissimo e non poterne fare a meno. La nuova generazione di gelato industriale

La nuova generazione di gelato industriale

Credits: Pixabay e web

Enogastronomia, Marketing

La patatina blasfema di Amica Chips. 

Tanto tuonò che piovve. 

Le associazioni cattoliche sono partite lancia in resta per far bloccare la pietra dello scandalo. Ovvero lo spot della patatina Amica chips, che ha suscitato molto clamore e irretito gli integralisti religiosi che si sono sentiti “offesi”. So much ado about nothing per citare Shakespeare (tanto rumore per nulla), ma la protesta ha ottenuto un risultato. La patatina blasfema di Amica Chips è stata sospesa.

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Tutti a cercare lo spot

Se a qualcuno lo spot era sfuggito, ora tutti gli italiani vogliono vederlo per farsi un’idea e commentarlo con conoscenza dell’argomento. Se era questo il gioco di Amica Chips, vale la pena di dire Bravi! Hanno centrato in pieno l’obiettivo. Da due giorni non si parla d’altro. Se invece l’obiettivo era fare infuriare gli integralisti e suscitarne ondate di sdegno e isterie complottiste catacumenali, ancora Bravi, obiettivo centrato due volte. 

Blocco della trasmissione dello spot

Gli integralisti cattolici appoggiandosi all’AIART sono riusciti a far bloccare la trasmissione dello spot, ma hanno istigato la curiosità di milioni di persone. La sospensione parte immediatamente, e l’azienda ha una settimana per appellarsi. Poiché lo spot era stato approvato, ha buonissime possibilità di veder ritirare il restringimento. L’eventuale effetto offensivo diventa così un’ arma, che i pubblicitari potrebbero sfruttare ancor meglio.

Lo spot in convento

La campagna è ambientata in un convento e viene supportata da un brano che crea atmosfera, come l’Ave Maria di Schubert. Un gruppo di giovani novizie si appresta a prendere la comunione e si avvicina all’altare. Appena la prima riceve l’eucarestia si sente lo scrocchio tipico di una patatina. La novizia si arresta sbalordita per il rumore, immaginando di essere stata lei a provocarlo. Ma poi si gira e vede un’altra suora che sta pescando patatine dal sacchetto e le sgranocchia. Un fraintendimento che suscita una risata e che non ha nessuna intenzione di offendere od essere sacrilega.

Il divino quotidiano

Il claim dello spot è “Amica chips il divino quotidiano” e gioca tra realtà e finzione. Forse è proprio l’aver citato l’aspetto dogmatico che mette a confronto ostia e patatina ad aver scatenato le ire dei religiosi più ferventi. Fare ironia sembra essere proibito se coinvolge aspetti religiosi. Il Comitato di Controllo dell’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria ha imposto di dare uno stop allo spot e ingiunto di presentare eventuale opposizione entro 7 giorni. Vedremo come finirà la cosa.

Stato laico o teocratico?

La comunicazione commerciale non deve offendere convinzioni morali civili e religiose, recita il disciplinare. Corretto, ma ci si dimentica che questo è uno stato laico e non teocratico. La “supposta“ blasfemia è tutta nell’occhio dello spettatore, che ha diritto di scelta. Amica chips, ha più volte utilizzato la leva dell’ironia e del double-entendre, è nello stile aziendale suscitare una sana risata. Peccato che le convinzioni religiose non consentano di saper ridere di se stessi. La patatina blasfema di Amica Chips

La patatina blasfema di Amica Chips

Credits: Spot Amica chips

Abitare, Benessere, Enogastronomia, Marketing

Se la birra la produce l’AI

Esiste la possibilità di farsi guidare nelle scelte della ricetta perfetta

Sembra impossibile intervenire per cambiare artificialmente il gusto della birra, ma ci sono ricercatori che cercano l’aiuto dell’Intelligenza Artificiale. Hanno svolto molti test, per arrivare ad un programma che può tentare nuove strade, per produrre una birra gustosa. In fondo fare il birraio è dare vita ad una reazione chimica, ed una volta che tutti gli ingredienti sono noti, si può modificare ad arte per arrivare alla perfezione. Se la birra la produce l’AI

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Pochissimi ingredienti base

Si parte da pochi ingredienti fondamentali: acqua, luppolo, lieviti e malto. Sembrerebbe ovvio che con solo 4 elementi base, ormai tutte le possibilità di sviluppare buone birre siano già state testate. Ma non è così. Gli scienziati sono sicuri che l’Ai potrebbe migliorare tutta la gamma di sensazioni, che arricchiscono il palato dei degustatori di birra.

Per risparmiare tempo e denaro

Esiste già una gamma enorme di possibilità, e non solo per i colori. Birre aspre, dolci, amare, IPA, pastorizzate e non. I ricercatori hanno sviluppato questo sistema in grado di apprendere, che esamina tutte le variabili delle formula con cui la birra si esprime. Il loro intento è, arrivare a consigliare ai birrifici le modifiche per migliorare il gusto ed i sistemi produttivi, facendo risparmiare tempo e denaro.

Progetto nato in Belgio

Il progetto è nato in Belgio, (e dove altro poteva accadere?). Il ventaglio di birre a disposizione ha consentito di elencare una miriade di elementi, che costituiscono la formula chimica alla base dell’arte brassicola. Hanno esaminato 22 diverse tipologie di birra misurandone il PH, l’alcool contenuto e gli zuccheri, oltre agli elementi aromatici che, miscelati assieme, costituiscono il sapore delle birre.

Degustatori professionisti

Per certificare che il loro lavoro aveva senso, hanno contattato un panel di degustatori in grado di recensire le birre nel miglior modo possibile, rilevando tutte le complessità aromatiche. Dall’analisi di questi dati (meramente chimici e sensoriali) i ricercatori hanno istruito il programma in grado di predire il sapore e quanto potrebbe essere gradevole per i consumatori.

Aggiungere elementi aromatici

Il passo successivo è stato aggiungere componenti alle birre già esistenti, ed hanno chiesto ulteriori recensioni. Il panel ha effettuato assaggi ciechi e la risposta, pressoché unanime, è stata molto confortante. Le birre erano migliorate ed erano molto più apprezzate rispetto agli originali. Un vero successo per l’AI, che è riuscita a dare un plus, che ha soddisfatto le esigenze dei consumatori e degli esperti.

Birre analcoliche da rilanciare e rendere appetibili

Questo viene ritenuto molto importante per riuscire a produrre le birre analcoliche, il segmento che ha maggiormente bisogno di essere sviluppato. Riuscire a dare una sferzata di gusto alle analcoliche avrebbe enormi ricadute per limitare il problema dell’alcolismo. Rendere piacevole una bevanda che non gode di grande appeal, anzi, potrebbe essere molto utile anche a livello sociale, limitando i rischi di chi si mette alla guida in stato di ebbrezza.

Birre diverse per segmenti d’età

L’AI riesce anche a valutare quali tipi di birra potrebbero essere più gradite per segmenti di consumatori. L’età è una variabile importante in questo senso. La clientela più matura preferisce gusti abbastanza semplici e non troppo complessi, mentre i giovani amano sperimentare. Le scelte dei più giovani vano in direzioni opposte rispetto agli anziani, perciò riuscire a dare una gamma di sapori che soddisfi entrambi è complicato. Ma con l’Intelligenza Artificiale questo diventa possibile. Se la birra la produce l’AI

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L’invasione dei falsi Bansky

La polizia spagnola è  riuscita a fermare una rete criminale che vendeva falsi 

Le opere di Bansky divenute celebri per la loro spontaneità e per il loro messaggio pacifista, sono state riprodotte in modo fraudolento. La banda è stata individuata a Saragozza, in Spagna. I lavori di Bansky sono stati venduti a mercati differenti usando tecniche di vendita diverse. L’invasione dei falsi Bansky

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Troppe copie in giro

Alcune sono state riprodotte in grande quantità e smerciate a prezzi popolari, altre sono state inserite nel mercato internazionale della aste d’arte. Alcuni pezzi sono stati venduti a collezionisti che ora posseggono “falsi d’autore”. I pezzi contraffatti erano stati segnalati come provenienti da un parco a tema realmente esistente. Dismaland era una installazione che simulava una sorta di Disneyworld distopica. Al centro dell’installazione c’era un castello rosa in completa rovina.

Usata la sua tecnica con stencil e dime

I falsi sono stati realizzati con stencil e dime di cartone che riproducono alcuni dei metodi utilizzati dall’artista. Alcuni pezzi sono stati venduti per un prezzo attorno ai 1.500 euro sia in Europa che negli USA. Le opere erano disponibili online, in negozi d’arte e nelle già citate case d’aste. Non è chiaro quanto denaro abbia generato la truffa. 

Avevano falsificato anche i sigilli di autenticazione

Uno degli errori dei truffatori è stato mettere in vendita troppe opere contemporaneamente. Questo ha suscitato la curiosità sia dei compratori che delle autorità. Alcune delle opere avevano sigilli di autenticazione, ovviamente falsi anch’essi. Segno che erano pratici del mondo dell’arte delle case d’aste. L’indagine è iniziata a luglio, ed ha portato alla rapida individuazione dei componenti della banda. Ma non è escluso che altri membri dell’organizzazione criminale siano ancora a piede libero e che altri collezionisti possano essere stati truffati.

L’invasione dei falsi Bansky

I murales di Bansky hanno generato ricchezza

Bansky probabilmente originario di Bristol in Inghilterra è diventato famoso per i suoi murales realizzati in luoghi pubblici insospettabili, come luoghi d’arte. Le sue opere che potevano essere traslate, e quindi vendute, hanno generato un totale di circa 180 milioni di euro. Ovvio che la buona possibilità di riprodurle, abbia scatenato il desiderio di qualche truffatore di ottenere facili guadagni. L’autore si è ora cautelato fondando una organizzazione che garantisce le sue opere contro i falsificatori.

Solo striscioline per la Bambina col Palloncino

Tra le sue opere più celebri la Bambina col Palloncino (Girl with Baloon) venduta all’incanto per 18,6 milioni di sterline. Nel momento stesso in cui l’asta è stata aggiudicata, un tritacarte inserito nella cornice, ha fatto a brandelli l’opera. Da quel momento è stata re-intitolata Love is in the bin (l’amore è nel cestino della carta straccia). L’invasione dei falsi Bansky

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Benessere, Enogastronomia, Marketing

Sono fuorilegge le “Hot Chip Challenge”

Già sanzionate e proibite negli USA ora le patatine piccantissime sono vietate anche in Italia.

É la salute ad essere a rischio per chi consuma le patatine “bollenti” arricchite con peperoncino piccante. Avevano dato il via ad una challenge (sfida) che coinvolgeva soprattutto i minori, facilmente coinvolti in questo genere di motivazioni, anche se stupide. Le papille gustative e tutto il cavo orale erano a forte rischio proprio per la formula che spingeva ad osare, anche chi non era abituato al piccante. Sono fuorilegge le Hot Chip Challenge

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Niente pubblicità e distribuzione

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha imposto a DAVE’S, l’azienda produttrice, di non pubblicizzare e distribuire le sue patatine. Le “Hot Chip Challenge” devono anche essere rimosse dai listini di vendita, per inibire la distribuzione di un prodotto particolarmente pericoloso per la salute.

Le sfide sono pericolose

L’antitrust sottolinea che proprio la formula del challenge che invita a consumare lo snack in una sorta di sfida per dimostrare la propria audacia è fuorviante. I consumatori sono invitati a non bere e a resistere alla eccessiva piccantezza (un livello ritenuto troppo elevato), stoicamente. Una sfida stupida, poiché il consumo delle patatine super-piccanti, può creare gravi problemi. Alcune persone, quasi tutti giovanissimi, hanno avuto ustioni del cavo orale durate alcune ore. Una persona si sospetta che sia morta proprio a causa della sfida.

Sono fuorilegge le “Hot Chip Challenge”

Filmati in diretta mentre soffrono

Sono gli adolescenti, nella fase in cui devono testare i loro limiti, ad essere particolarmente colpiti da questa smania di osare. La challenge ha goduto anche di un volano pubblicitario indotto dai social media, costruito sui filmati live degli sfidanti (TikTok) nel momento in cui consumano lo snack e soffrono. Le patatine, pur essendo un prodotto alimentare e quindi soggetto a severe norme, non informano sul grado di pericolosità per chi consuma il prodotto. Per questo l’Antitrust ha deciso di proibirle.

Bambini e adolescenti protetti

Con la proibizione di pubblicità e vendita delle patatine, l’Antitrust tutela soprattutto i soggetti più deboli: bambini ed adolescenti. Coloro che sono più facilmente influenzabili, per accettare questo tipo di sfide che possono rivelarsi pericolose per la salute. Gli adulti hanno la capacità di comprendere il livello di rischio, e possono mettere a repentaglio la loro salute, se lo desiderano, i minori è giusto che siano tutelati. Sono fuorilegge le Hot Chip Challenge”

Sono fuorilegge le “Hot Chip Challenge”
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I sacchetti di plastica non funzionano

La California è uno stato molto avanzato nella protezione ambientale ma rinuncia al divieto delle borse di plastica

Le plastiche monouso per lo shopping stanno diventando un problema. La California uno dei primi ed economizzante più avanzati stati americani, ha fatto della sostenibilità uno dei suoi cavalli di battaglia. La messa al bando delle borse di plastica per passare alla monouso sembra va un’idea molto buona. Però non ha funzionato come sperato. I sacchetti di plastica non funzionano.

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Borsine fragili

Le borse biodegradabili, molto fragili, non piacevano ai californiani, che preferivano le borse di tessuto, di carta e di altre fibre vegetali. Venivano usate una sola volta, e poi finivano per essere di nuovo parte del problema dello smaltimento dei rifiuti plastici. In una seconda fase si è passate a shoppers più consistenti in grado di poter essere utilizzate molte volte,

Multiuso ma nella fase sbagliata

Sembrava la soluzione corretta, offrivano la possibilità di essere usate per molte esperienze d’acquisto ed erano completamente riciclabili. Ma erano troppo simili ai sacchetti monouso e i cittadini preferivano non usarli. Hanno aggiunto un marchio di materiale riciclabile ma ancora una volta i cittadini hanno preferito continuare con altri contenitori. Tanto che sono stati ancor di più i sacchetti gettati rispetto agli anni precedenti. 

Paura del contagio

A scombinare le carte in campo anche il Covid. Le persone ritenevano che le borsone di plastica usate potessero diffondere il contagio perciò le gettavano immediatamente dopo l’uso. In questo modo le buste più pesanti pensate per molti utilizzi hanno seguito la sorte delle monouso, intasando i servizi di riciclaggio.

I sacchetti di plastica non funzionano

Sacchetti in plastica vietati

Una nuova legge vieterà tutti i sacchetti di plastica offerti alla cassa, compresi quelli più resistenti. Si potranno comunque avere sacchetti di carta. I consumatori hanno ripreso a portare con se le borse da casa ed ad utilizzarle finché non sono a brandelli. Questa è la soluzione migliore possibile. L’esempio californiano ha fatto scuole e la vendita nei supermercati e negozi dei sacchetti spessi di plastica è stata bloccata.

Niente marchio riciclo

La lotta ala plastica però resta ed ora si intensifica. Le aziende produttrici della borsone “pesanti” non potranno più usare il simbolo di riciclabile, (le tre frecce che si inseguono) se non dimostrano di riuscire effettivamente a smaltirle. Per rafforzare il concetto l’amministrazione ha spostato l’onere del riciclaggio dalle aziende comunali alle aziende produttrici di materiale plastico. 

Disinformazione pilotata dalle aziende produttrici

E’ iniziata anche un’inchiesta su una probabile campagna di disinformazione, alimentata dai produttori, a giustificare il riciclaggio come sufficiente a risolvere il problema. Ma le plastiche e le micro-plastiche rintracciate anche nei tessuti umani, nel latte materno e nelle acque potabili, sono lì a smentire l’inefficacia del riciclo. I sacchetti di plastica non funzionano

I sacchetti di plastica non funzionano
Enogastronomia, Marketing

Il racket delle recensioni

Stanno emergendo sempre più casi di false recensioni e ricatti ai ristoratori

Se ne parla da parecchio, ma sembrava limitato a pochi casi, questo tipo di ricatto. Ora il fenomeno sta raggiungendo dimensioni rilevanti e molti ristoratori sono stanchi di subire angherie. Il caso Ferragni ha portato ancora più in evidenza la problematica legata agli influencer e alle loro controverse posizioni. La realtà offerta da questi influenzato non è esattamente quella immaginata. Il racket delle recensioni

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Pasti a scocco o veri ricatti

Ciò che sembrava un modo semplice per ottenere pasti a scrocco sta diventando un vero business. Un business valutato in milioni di euro. Un pranzo o una cena per ottenere una buona recensione, ai ristoratori sembrava un metodo abbastanza indolore per ottenere visibilità. Ma il fenomeno è rapidamente salito a livelli incontenibili. Vengono proposti veri e propri ricatti per ottenere visibilità sui social e far aumentare i follower, ovviamente a pagamento.

Recensioni negative penalizzanti

Le minacce per evitare di venire segnalati in modo negativo e perdere il gradimento sulle piattaforme social più cliccate, sono diventate anch’esse merce di scambio. Chi non sottostà al ricatto vede il proprio locale penalizzato. Per ottenere verdetti positivi, molti sono costretti ad accettare di pagare, in danaro, o sottoscrivendo contratti di fornitori compiacenti.

Il racket delle recensioni

La Polizia indaga

I casi documentati sono ormai centinaia e su di loro sta investigando la polizia postale. I ricatti sono quasi sempre gestiti tramite chiamate telefoniche. Il sistema è quello della mazzetta mafiosa, “paga o riceverai solo recensioni negative e ti faremo chiudere”. Le recensioni sono ovviamente false, ma il consumatore finale non può conoscere questa deriva. Il locale ma anche i suoi clienti vengono condizionati nelle scelte, positive o negative che siano, e questo distorce il mercato della ristorazione.

Food-bloggers hanno aperto il campo

In modo più lieve, ma in ogni caso negativo, operano i troppi food-blogger. Spacciano la loro esperienza ed il numero dei loro follower come elemento di forza. Chiedono, e a volte pretendono, di ottenere pasti a scrocco, spesso anche in più persone per ottenere il vantaggio di buoni crediti in rete. Talvolta i piatti e i locali vengono filmati per incrementare l’interesse e per finanziare il relativo filmato, viene chiesto un “indennizzo”. Quindi doppia spesa, pasto + indennizzo, senza avere la certezza che il locale verrà veramente elogiato, o di ottenere un ritorno dell’investimento.

A chi credere? positiva, negativa o nulla?

Questa pratica influenza in modo pesante tutto il panorama delle recensioni. Di chi ci si può fidare? Qual è la recensione vera, non interessata al successo del pranzo o della cena? Quello positivo a pagamento o quello negativo, forzato dal racket dei ricattatori? La ristorazione diventa così un suk, dove la realtà è oscurata da scrocconi che cercano di arricchirsi alle spalle altrui.

Il racket delle recensioni

Una reputazione costruita col lavoro e non con i social

Nel mondo dell’enogastronomia costruirsi una reputation è un lavoro di anni, che parte dalla scelta del menù, delle materie prime e del rispetto dell’etica del lavoro. Rovinare l’impegno del gestore, per rendere un locale amato ed affidabile, da false recensioni, è un aspetto che nessun operatore Ho.Re.Ca vorrebbe nemmeno immaginare. Lasciare le chiavi del successo del proprio locale in mano ad  sedicente influencer, è sgradevole. 

Quanti sono i veri followers? un altro mercato da controllare

Tra l’altro il cosiddetto “mercato dei followers è un fenomeno che è sotto gli occhi di tutti. Il vantato gran numero di persone raggiungibili, potrebbe essere gonfiato da finte aggregazioni, pagate pochi centesimi a testa. La reale misura dell’interesse di questi follower “finti”, nei confronti dei locali visitati e recensiti, è tutto da dimostrare. L’immagine che un locale vuole ottenere è troppo preziosa per gettarla al vento, a causa di scrocconi che farebbero meglio a cercarsi un vero lavoro, e che operano fuorilegge. Il racket delle recensioni

Il racket delle recensioni

Credits: Pixabay

Enogastronomia, Marketing

Finisce la battaglia del Gianduiotto

Dopo le carte bollate arriva l’accordo.

I cioccolatai torinesi era scesi in piazza per difendere la denominazione del Gianduiotto e per definire un vero disciplinare. La esatta composizione di cosa può contenere uno dei più celebri cioccolatini, per avere la denominazione IGP, era l’ostacolo principale che opponeva le due parti. 

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Torino o Piemonte?

La differenza delle posizioni era soprattutto geografica, mentre i torinesi volevano che fosse ben chiara la denominazione Torino, la multinazionale svizzera Caffarel-Lindt puntava ad un generico Piemonte. il rigido disciplinare va stretto alla multinazionale, che vuole avere mani libere per produrle ovunque le pare. 

Altri ingredienti

Grande rilevanza veniva data anche alla possibilità di introdurre ingredienti che non facevano parte della ricetta originale. Utilizzare latte in polvere, nella ricetta composta di solo cacao, nocciole e zucchero, sviliva la qualità del prodotto. Anche ridurre la percentuale delle nocciole utilizzate era considerato un vero sacrilegio dai cioccolatieri piemontesi pronti a fondare un consorzio.

Libertà di produrre in modo industriale

E’ una questione di lana caprina ma che coinvolge anche l’onorabilità dei cioccolatieri torinesi.  La richiesta della multinazionale svizzera sembrava una imposizione per avere mani libere in campo industriale. Mutare  la collocazione geografica, allargandola, andava solo a favore degli svizzeri. Ora la diatriba sembra risolta, Caffarel Lindt ha accettato che nella definizione del “vero gianduiotto” compaia la parola Torino.

Finisce la battaglia del Gianduiotto

Una parziale resa di Caffarel Lindt

Questo risolve la guerra del gianduiotto con un riavvicinamento delle due parti. Lindt non voleva rinunciare alla IGP, ma voleva che fosse indicato nel modo che le conveniva maggiormente. Giustamente i cioccolatai torinesi hanno mantenuto il punto. Il gianduiotto è nato a Torino, e anche se la Caffarel Lindt lo ha aiutato a diffondersi, la collocazione geografica è ben precisa.

Disciplinare rispettato completamente?

Resta da comprendere se anche il disciplinare verrà attuato alla lettera. La richiesta era che le nocciole dovessero essere rigorosamente Piemonte IGP, nella percentuale del 30/45% dell’intero impasto. Gli svizzeri invece volevano che la percentuale si abbassasse arrivando sotto al 30%. Grande escluso dagli ingredienti il latte in polvere, punto di forza della Caffarel Lindt, per una evidente riduzione dei costi. Ma il latte in polvere rende il gianduiotto sgradito agli intolleranti al lattosio.

No al latte in polvere

Lindt insisteva per ottenere la possibilità di aggiungere latte in polvere fino al 10%. La ricetta originale però, consente solo tre ingredienti la nocciola, cacao e zucchero. Sono ammesse piccolissime percentuali di altri ingredienti e aromi. Mentre il cacao può di qualsiasi tipologia, lo zucchero deve essere bianco, o di canna o di barbabietola.

Dimensioni corrette

Trovato l’accordo anche per le dimensioni del gianduiotto. Il gianduiotto originale varia da un peso di 4 sino a 16 grammi. Per poter ottenere l’IGP deve essere prodotto in quel peso e non in altri multipli o perderà il diritto ad essere denominato gianduiotto Torino IGP. Il “mattone” della Caffarel dovrà cambiare denominazione o non potrà avere la qualifica IGP..

Credits: Pixabay, wikipedia, the net

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Peach Fuzz sarà il colore dell’anno

Si chiama Peach Fuzz il colore scelto da pantone per il 2024 ed invita alla serenità

E’ un rosa con sfumature arancio, un colore delicato che vorrebbe riportare serenità in un anno molestato da troppi conflitti. E’ un colore che parla di serenità, di pace, di tregua. Ha un aspetto vellutato  e morbido e in qualche modo sensuale. Il nome ufficiale è Pantone 13-1023. Peach Fuzz sarà il colore dell’anno

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25 colori scelti con l’attuale

Questa è la 25ma scelta fatta dall’azienda, che ha iniziato nel 1999 a selezionare il colore che meglio rappresenterà l’annata. Grazie ad un panel di esperti che svolgono un lavoro di previsione sulle tendenze in atto. Pantone ha dichiarato: “”Abbiamo scelto un colore radioso di calore ed eleganza moderna. Una tonalità che risuona di compassione, offre un abbraccio tattile e unisce senza sforzo il giovane con l’eterno.” 

Un panel molto composito di esperti in ogni settore

Ogni anno, il panel composto da professionisti del colore esamina film, arte, moda, design, destinazioni di viaggio, tecnologie per capire quali colori stanno influenzando il mondo. Da questi esami traggono la previsione, per arrivare a definire quale sarà il colore che meglio rappresenterà l’annata seguente.

Peach Fuzz sarà il colore dell’anno

Il ruolo della psicologia

Anche la psicologia interviene nella formulazione della tinta preferita. Lo scorso anno il “Viva magenta” voleva essere un invito ad uscire dalle preoccupazioni per il Covid 19. Era un colore brillante e molto audace che invitava a rompere con malinconie e malumori. Quest’anno il colore scelto chiede una pacificazione.

Guerre elezioni europee e USA

Guerre, conflitti e grandi elezioni che potrebbero sconvolgere i panorami politici invitano ad una maggiore riflessione ed un ammorbidimento generale degli animi. Il bisogno di pace, tranquillità  e serenità è talmente importante che il Peach Fuzz sembra proprio richiamare queste esigenze.  Il colore pesca-arancio comincia già a far parlare di se in alcuni prodotti, nel campo della moda, arredamento e dello spettacolo. Prepariamoci ad un mondo moderatamente rosa e a tutte le sue nuances. Peach Fuzz sarà il colore dell’anno

Peach Fuzz sarà il colore dell’anno

Credits: Pixabay