Abitare, Benessere, Enogastronomia

Centenari in Sardegna

Sono le donne a diventare ultracentenarie

In tutto il mondo sono le donne ad avere una spettanza di via più alta. Quanto sia un fatto genetico, alimentazione o semplicemente fortuna, non è un dato ancora disponibile ma si sta lavorando per scoprirlo. In un paesino di montagna sardo, Bolotana, vivono molti centenari. Sono appena 2.300 abitanti ma gli scienziati ritengono di essere di fronte ad una “zona blu”. Centenari in Sardegna.

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Zone Blu con eccellente longevità

Le “zone blu” sono aree dove la popolazione riesce a sopravvivere più a lungo. Sono poche piccole aree diffuse in alcuni paesi, quelle baciate dalla sorte e con popolazione così longeva. Le più celebri sono la greca Ikaria e la giapponese Okinawa. Cosa rende questi luoghi così speciali?

I documenti comunali e i registri parrocchiali

I documenti comunali, i registri parrocchiali confermano che una percentuale molto alta dei residenti raggiunge età quasi impensabili. A Bolotano i paesani che hanno raggiunto e superato i 100 anni sono 38. Gli uomini e soprattutto le donne che raggiungono i 70 anni hanno grandissime probabilità di superare il secolo di vita. Questa percentuale è quattro volte superiore alla media nazionale italiana (quasi 14% contro 3,5%).

Abitudini alimentari, autoproduzione, olio e poca carne e vino 

Sono le abitudini alimentari, molto parche ad aiutare a raggiungere queste età? Mangiano pochissima carne e consumano molti vegetali. I loro alimenti non sono superprocessati, anzi sono quasi tutti coltivati direttamente da loro. Producono i loro cereali e allevano ovini per produrre i loro formaggi, utilizzano olio d’oliva e consumano poco vino. Camminano molto, anche non in piano. Non sono molto motorizzati e i loro nuclei familiari sono molto estesi, multi-generazionali.

Centenari in Sardegna

Cura reciproca e poche modernità

I nuclei familiari numerosi assicurano più cure e maggiore capacità di curare orti e campi. Il timore è che arrivi la modernità anche a Bolotano, la motorizzazione, i telefonini, i cibi precotti a cambiare le abitudini dei cittadini. I Bolotanesi hanno una vita sociale molto intensa, si frequentano quotidianamente, parlano, discutono e tengono vivi i rapporti interpersonali, come nelle vecchie comunità rurali.

Sarà una questione di genetica?

Potrebbe essere la genetica a favorire questa eccezionale longevità? Gli scienziati stanno cercando di verificare se ci sono aspetti che possano interagire. Serviranno studi approfonditi sul DNA e questo comporta molto lavoro e molto tempo per controllare una grande mole di dati. Le “Zone Blu” vengono studiate accuratamente per scoprirne i segreti, con la speranza di permettere vite più lunghe e sane a tutti. Centenari in Sardegna.

Centenari in Sardegna
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Un decesso per peste?

Un caso di peste polmonare ha colpito una donna in Siberia.

Una donna che lavorava nel laboratorio di ricerca sulla peste a Irtkusk in Siberia, ha messo in allarme il mondo scientifico. La peste non è mai stata debellata e pertanto continua a colpire, anche se in modo saltuario, la popolazione. Negli Stati Uniti, ad esempio, l’anno scorso sette persone sono state colpite. Di solito i casi avvengono negli stati del sud, dove le condizione per la diffusione della peste sono più favorevoli. Un decesso per peste?

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La peste è curabile se presa in tempo

La peste si può curare, se presa per tempo, bastano due settimane di antibiotici, ma ha un decorso velocissimo, ed è classificata come una tra le più pericolose malattie trasmissibili da persona a persona. il fatto che sia accaduto in un laboratorio dedicato allo studio di queste malattie ha allarmato il mondo scientifico.

I precedenti di insabbiamento

Ad inquietare gli accademici è il fatto che sia accaduto in Unione Sovietica. Scottati dall’esperienza Chernobyl (allora territorio sovietico) e dal ritardo con cui venne ammesso l’incidente, siamo portati a temere un altro insabbiamento. Il sito di ricerche siberiano, pare sia legato proprio allo studio di agenti patogeni per scopi offensivi (guerra batteriologica). La peste polmonare se non curata ha un tasso di mortalità del 100%. Nessuno potrebbe essere in salvo.

Una quarantena per molte persone

La notizia che molte persone sono state poste in quarantena nell’area siberiana, fa temere il peggio. Non risultano altre infezioni e l’istituto parla di una provetta rotta durante gli studi, mentre un’altra fonte suppone che il contagio dell’operatrice di laboratorio sia avvenuto in Thailandia. Il fatto che la donna lavorasse in un laboratorio pericoloso, allestito dall’unità antiterrorismo, non è stato smentito.

Un decesso per peste?

Tre tipi di peste

Esistono tre tipi di peste tutte causate dal batterio Yersinia pesti: peste bubbonica, la peste polmonare e la peste setticemica. Quella polmonare è la più pericolosa ed è quella che può essere trasferita da persona a persona. Fortunatamente, in natura è la più rara. Il decesso di Darya Shipilova, non è ancora stato confermato da parte degli organi di stampa russi. Un tentativo di sminuire l’importanza del problema?

L’OMS indica una bassa possibilità di diffusione

L’OMS considera il pericolo di diffusione basso per la popolazione mondiale, ma ha posto in allerta per possibili casi di bioterrorismo. I sintomi della malattia, che si sviluppa rapidamente, possono essere avvertiti anche nel giorno stesso del contagio. Quelli più rilevanti sono febbre, mal di testa, debolezza, respiro corto, dolori al petto, tosse e muco contenente sangue.

Morta per altre cause?

Per gli organi di stampa russa la Shipilova potrebbe essere morta per qualche attività esterna al fatto che lavorasse in un laboratorio anti-peste. Tutti i dubbi del caso sono ben presenti e non bastano le rassicurazioni dello staff putiniano, per alleggerire la tensione. La guerra batteriologica è uno degli scenari peggiori che si aprono spazi a incubi impensabili, e il piccolo zar russo non sembra essere la persona ideale per “maneggiare” simili responsabilità. Un decesso per peste?

Un decesso per peste?
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Spiare gli uccelli

il birdwatching sollecita positivamente i nostri cervelli

Il birdwatching è un’attività molto popolare che potrebbe influenzare il nostro cervello e impedirgli di invecchiare. Una ricerca appena pubblicata dimostrerebbe che gli ornitologi e gli appassionati dell’osservazione degli uccelli presentano regioni cerebrali più strutturate e complesse. Spiare gli uccelli

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Affinare i sensi per un cervello più dinamico

Il dato, parzialmente stupefacente, dimostra che gli appassionati di osservazione degli uccelli in natura grazie alla capacità di focalizzare e affinare i propri sensi, posseggono cervelli più dinamici. Identificano meglio gli oggetti, memorizzano gli scenari, sono più attenti e socializzano più facilmente.

Una ricerca scientifica anti invecchiamento

La ricerca pubblicata sul Journal of Neuroscience sostiene che il birdwatching contribuisce a rimodellare il cervello e lo proteggerlo dall’invecchiamento. Gli scienziati sostengono che sviluppare una nuova abilità induca il cervello a riorganizzarsi. Di fatto obbliga a creare nuove connessioni neurali e rafforza quelle esistenti. 

Spiare gli uccelli

Neuroplasticità è la parola d’ordine

Gli studiosi hanno definito questa capacità come neuroplasticità, e l’hanno segnalata come presente, in chi sviluppa in modo particolare un tipo di attività, portata a livelli di eccellenza. Il tipo di specializzazione che consente di ottenere risultati importanti nel settore di appartenenza come fanno alcuni artisti, musicisti ed atleti.

Cervello moto malleabile

Gli scienziati rimarcano che il cervello umano è molto malleabile, e che sottoporlo ad esercizi ed osservazioni lo mantiene sano. Gli appassionati di brdwatching devono tenere sotto osservazioni molti dati rispetto ad ambiente, movimento degli uccelli, sessatura ed abilità per riconoscere le sfumature dei comportamenti. Questi stimoli tengono impegnate vaste aree cerebrali.

Risonanze magnetiche per misurare le aree

Hanno misurato tramite uno scanner per risonanza magnetica le reazioni di alcuni appassionati di birdwatching ed hanno ottenuto risultati che indicavano la velocità di reazione se sottoposti a riconoscimento di immagini. Gli ornitologi esperti utilizzavano parti del cervello molto strutturate e dense e lo facevano velocemente, segno che i loro cervelli erano in piena funzionalità.

Ci dedicheremo tutti al birdwatching?

Dedicarsi alla vita all’aria aperta ed alla osservazione degli uccelli potrebbe rimodellare i nostri cervelli e proteggerli dai sintomi dell’invecchiamento. Un’attività gradevole, rilassante e che apporta benessere, potrebbe veramente esaltare la malleabilità dei nostri cervelli. Spiare gli uccelli

Spiare gli uccelli
Abitare, Benessere

Un mondo senza profumi

esssenze, spezie, aromi

Condannati ad una gamma ridotta di essenze?

Vivremo in un mondo senza odori? E’ una ipotesi che sta prendendo piede e che parte dal presupposto che molti degli odori della Terra stanno dissolvendosi e scomparendo. La causa sono i rapidi cambiamenti climatici, vengono a mancare le condizione perché molti profumi possano persistere. Un mondo senza profumi

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Memoria visiva ed odori

La nostra memoria è spesso visiva, ma è sicuramente legata anche agli odori che percepiamo. Se chiudiamo gli occhi e inspiriamo ci accorgiamo che stiamo accogliendo nel vostro naso un odore. Se facciamo attenzione possiamo collegare quell’odore a qualcosa che è accaduto nel passato, recente o lontano. Ci sbloccherà un ricordo? Probabilmente sì. Ci riporterà alla mente un episodio che abbiamo vissuto e che il nostro cervello ha immagazzinato.

Un mondo senza profumi

Quando lo abbiamo già “sentito”

Forse dovremo pensare per un attimo dove abbiamo già annusato quell’odore, quanto ci dia una sensazione piacevole o molesta. E’ un profumo o una puzza? Dov’eravamo quando lo abbiamo avvertito, chi c’era con noi? Era giorno, notte, mattina o sera? Un poco alla volta possiamo ricostruire un intero scenario, fino nei dettagli, grazie solo ad un odore.

Una gamma quasi infinita di profumi

Il nostro naso ha una capacità di evocare quasi un trilione di odori o profumi diversi. Una gamma quasi infinita di sensazioni a cui poter legare una essenza ed una situazione che abbiamo immagazzinato in memoria. Ma questa capacità sta regredendo stiamo perdendo pezzi, il nostro olfatto non è mai stato preciso come quello dei cani, ma in passato aveva una capacità maggiore di riconoscere una sorgente odorosa. 

Inquinamento, riscaldamento, biodiversità

Gli scienziati che studiano la materia assommano tre cause a questa perdita, inquinamento, aumento delle temperature e perdita di biodiversità. Alcune essenze sono in pericolo e con esse la nostra capacità di apprezzarle e “sentirle”. Certe fragranze sono quasi esplosive per i nostri nasi, rimandano a momenti di vita vissuta precisi, ma tutte le situazioni intermedie rischiano di perdere il loro ruolo nel mantenere vivace la nostra memoria. Un mondo senza profumi.

Una perdita culturale

E l’inizio di una perdita culturale, e le nostre storie perdono significato. Ci fanno mancare informazioni, rendono a nostra vita più “steriizzata” meno “impreziosita” da elementi che inseriscono le nostre vicende in periodi ben definiti. I nostri nasi possono regalarci emozioni quasi istantanee, reagiamo ad alcuni odori senza nemmeno pensare, la memoria si accende da sola e completa situazioni vissute riempiendoci di gioia, rammarico, nostalgia, euforia.

Emozioni che regolano la memoria

Questa velocità di elaborazione del dato “odoroso”, è dato dalla vicinanza dei nostri recettori, all’amigdala e all’ippocampo, ovvero i centri che regolano la memoria e le emozioni. Gli odori che ci permettono di identificare le persone, possono essere anche in grado di stimolare effetti benefici. Alcuni odori “infantili”, relativi ai primi anni d’età, possono avere effetti terapeutici. 

C’è una branchia di scienziati che sta studiando questi fenomeni. 

La ricerca suggerisce che siano le attività umane a distruggere gi ambienti e a rendere complesso riconoscere molti ambienti olfattivi originari. Qualcuno si è spinto a definire questa perdita, dannosa per la salute ed una seria minaccia per la felicità umana. I cambiamenti climatici influenzano le particelle chimiche che odoriamo, le modificano in modo strutturale. Anche gli elementi che usiamo per costruire abitazioni e strade modificano i mix odorosi, immettendo molti composti legate a benzene e prodotti petroliferi.

Un mondo senza profumi

Piante ede essenze a rischio

Molte piante sono già a rischio e c’è una corsa a sintetizzare i loro “odori” ed “essenze”, in modo artificiare per il timore che presto non saranno già rintracciabili in natura. Un esempio per tutti l’incenso che sta scomparendo. Ma altre essenze di alto valore commerciale in cucina e profumeria, sono ugualmente in difficoltà. Vaniglia, Lavanda, Bergamotto e Sandalo non trovano più le condizioni perfette per crescere e sviluppare i loro odori.

Straniamento da mancanza di olfatto

Tutti coloro che sono stati colpiti da Covid 19 hanno avuto una diminuzione dell’olfatto e si sono accorti di come cambia, in peggio, la vita quotidiana. Non percepire gli odori correttamente provoca uno straniamento. Da alcuni anni si sta sviluppando una disciplina giapponese di bagno nel foresta, con passeggiate a piedi nudi, (shinrin-yoku) dove poter respirare i profumi naturali per ottenere un benessere fisico e mentale. Un mondo senza profumi

Un mondo senza profumi
Benessere, Enogastronomia, Marketing

Il trend del vino al calice 

Una ricerca evidenza come cambiano i consumi

Federvini ha pubblicato una ricerca svolta da Trade Lab sull’importanza che sta assumendo il vino al calice nella ristorazione. Un trend che si sta consolidando ed ha il doppio obiettivo di contenere i consumi di alcool e di evitare di finire nei guai quando si è alla guida. Il trend del vino al calice

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Da vecchia pratica delle osterie alla ristorazione moderna

Il vino al calice sembrava una tradizione del passato legata più alle ore passate nelle osterie. Un modo di bere vino démodé e sorpassato. Ma recentemente il trend è mutato, i consumatori preferiscono bere meno, puntando sulla elevata qualità dei vini serviti e alla sicurezza di non superare i limiti di legge. Una moderazione che va di pari passo con l’accresciuta pericolosità e lo spauracchio di non poter disporre della propria patente di guida.

E’ già una percentuale importante

Il vino servono al calice rappresenta una percentuale importante  del totale consumato. Un quarto del vino bevuto nella ristorazione italiana, viene servito in quel modo. Il dato si rafforza man mano che cresce il livello della ristorazione sfiorando un terzo del totale. Questo impone alle aziende vinicole un cambiamento di rotta nel proporre i loro prodotti.

Maggior valore e appeal

Maggiore qualità, maggior valore e la capacità di essere attrattivi per tutti coloro che desiderano abbinare un buon calice, al cibo che viene servito al loro tavolo. La quantità versata si riduce e per mantenere alti i fatturati tocca inserirsi in mercati di nicchia, più interessati ad una degustazione “minore” ma di grande appeal degustativo.

Anche gli stranieri e i turisti si adeguano

Il fenomeno si sta estendendo anche ai turisti e ai consumatori internazionali, avvisati dai ristoratori dei rischi che possono correre. Se non incaricano l’eventuale autista di non superare in alcun modo i limiti di legge, il rischio sale. In Francia, l’esigenza di essere attrattivi ha fatto nascere una serie di prodotti monoporzione, che ricalcano in pieno il potenziale della normale bottiglia, ma non inducono in inutili tentazioni.

Altri mercati seguono l’onda

In una indagine condotta su mercati maturi come quelli tedeschi, francesi, nordamericani ed inglesi è risultato evidente come i consumatori tendano a bere vino al calice in modo molto più rilevante rispetto al passato. Oltre il 50 % degli intervistati ha dichiarato di aver mutato le proprie abitudini, consumando molto più vino al calice negli ultimi due anni.

Ognuno porta le proprie ragioni di questa diminuzione

Ogni consumatore porta spiegazioni diverse a questa esigenza, la maggioranza vuole evitare sanzioni stradali, ma in alcuni paesi a prevalere è l’esigenza di bere meno. Consumi morigerati e saggi che non faranno piacere ai nostri vignerons, ma di cui occorre tenere conto, per restare ben presenti sul mercato. Non basta più la qualità occorre adeguarsi anche alla quantità. Il trend del vino al calice

Il trend del vino al calice
Benessere, Enogastronomia, Marketing

Hamburger sempre più piccoli

Succede nella patria della carne tritata e inserita nei panini, gli USA

Il costo della carne bovina aumenta e si cercano soluzioni. Ridurre le dimensioni ed il peso degli hamburger o scegliere tagli diversi da quelli abituali. La ristorazione a stelle e strisce ne prende atto, e modifica i menu e i servizi alla clientela. Ridurre il peso della carne è uno dei modi più semplici per contenere i costi finali. Hamburger sempre più piccoli

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More frills, più contorno e riempitivi

Un escamotage molto seguito è aggiungere altri ingredienti ai panini coi semini di sesamo. Più cipolle caramellate, fette di pomodori, insalate tagliata alla julienne che crea maggior volume al panino servito. Oppure mettere maggior contorno, spesso patatine fritte, per evitare che la clientela si lamenti della restrizione. I ristoratori si sbizzarriscono in cercare soluzioni che siano visivamente interessanti, anche se, in effetti l’ingrediente principale viene decurtato.

Anche la ristorazione specializzata

Ma il problema si riverbera non solo nelle catene fast food ma anche nella ristorazione specializzata vera e propria. Le ryb eye o le bistecche con l’osso si restringono, oppure diventano non più monoporzioni ma porzioni per due. Per un paese molto carnivoro come gli USA è un vero cambio di mentalità, un approccio nuovo al consumo di carni rosse.

Hamburger sempre più piccoli

Tagli finora non degni dell’alata ristorazione

La ricerca di costi da tagliare, porta anche a prendere in considerazione i tagli che finora non erano stati considerati come rilevanti per la ristorazione. Quesì potrebbe essere positivo per la diminuzione degli sprechi e un consumo più consapevole, ma i prezzi non seguono l’avvicendamento dei tagli di qualità inferiore, restano alti.

Allevamenti che diminuiscono capi e dimensioni

Il minor consumo di carni rosse, condiziona anche gli allevamenti, che preferiscono una rotazione rapida del bestiame. Anticipano la macellazione di vitelloni e giovenche invece di nutrirli a lunghi in attesa che si trasformino in mucche in grado di riprodursi. Troppo alti i costi del foraggio, agli allevatori conviene un ciclo vitale più breve dei bovini.

Molto più import con conseguenze sanitarie

La diminuzione dei manzi statunitensi apre anche la porta alle importazioni dal Messico e dal Sudamerica, vero bacino della carne allevata ed esportata. Sono carni meno controllate che hanno creato alcuni problemi anche in campo sanitario. I controlli sull’import non sono abbastanza severi e i mal di pancia (letterali) sono aumentati. Hamburger sempre più piccoli

hamburger sempre più piccoli

Benessere, Enogastronomia

La Birra la facciamo col KAMUT

Non si arresta la sperimentazione per utilizzare altri cereali 

Il grano KAMUT® sembra aver passato tutti i test preliminari per diventare una variante dell’orzo, o del grano tradizionale, nella preparazione della, birra. Ad occuparsi di queste sperimentazioni sono due gruppi di ricerca europei AlterBrew e NabLab, in collaborazione con l’Università di Gand. La Birra la facciamo col KAMUT

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Ottime prospettive: chiara, schiuma ferma e sapore

Il risultato ha dato ottime prospettive. La birra è particolarmente chiara con una schiuma molto compatta, che non si dissolve immediatamente. Anche sotto l’aspetto del gusto la birra da KAMUT ha un aroma caratterizzato da note di frutta secca, fiori e leggere retrogusto  di mirtillo. 

40% e 60& per il giusto mix

La sperimentazione prevede l’uso di 40% di grano Kamut e 60% di orzo. AlterBrew comunica che non ci sono stati problemi per tutta la durata del processo produttivo. Il cereale non ha dovuto subire trattamenti introduttivi, e questo lo rende particolarmente attraente per tutti i birrifici che volessero utilizzare questa miscela. 

La Birra la facciamo col KAMUT

NatLab e le analcoliche

NatLab è più interessata alle birre analcoliche e per loro è importante che la birra ottenuta abbia un buon equilibrio. Il fatto di non dover sottoporre tutto il processo alla fermentazione la rende morbida ma non troppo dolce. Gli zuccheri sono risultati particolarmente bassi rispetto ad altri cereali testati.

Nuove esperienze e nuovi clienti

L’ibridazione di malto d’orzo e grano Kamut potrebbe aprire la strada a nuove esperienze brassicole. La birra ottenuta ha un colore più chiaro, è morbida ed ha una schiuma stabile oltre aah un gusto particolare assai gradevole. Vedremo presto se le birrerie oseranno investire nel nuovo mix, alla ricerca di innovazioni. Il mercato della birra è in costante movimento, sempre alla ricerca di nuovi consumatori. La Birra la facciamo col KAMUT

La Birra la facciamo col KAMUT
Benessere, Eventi

La magia protettiva per scacciare le streghe.

Streghe e malocchio sono paure ancestrali 

La storia umana è ricco di simbologia sia a favore che contro il sacro e la magia. Ci sono mille modi e declinazioni per proteggere la propria casa, i propri affetti e anche gli animali. Nelle case rurali è ancora facile incontrare simboli di protezione. Di solito sono collocati sulle porte d’ingresso, attorno alle finestre o a quello che era ritenuto il più probabile punto d’ingresso degli spiriti, ovvero il camino.
La magia protettiva per scacciare le streghe

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Il camino punto di accesso più fragile

Sono esagoni, stelle a 5 punte, pentagrammi, ma anche ferri di cavallo che con la loro forma possono ricevere il malocchio e rilanciarlo lontano. Pietre con forme speciali venivano inserite nella muratura o sul tetto tra le tegole. Il timore di poter essere vittime di sortilegi ha caratterizzato la vita dei nostri simili. Per tenere lontane le negatività sono stati adottati talismani adatti a dissolvere i sortilegi. La paura delle streghe della loro abilità nell’incendiare le case o a portare malattie, le ha sempre osteggiate fino ad arrivare a contro incantesimi.

Bottiglie delle streghe

Nelle case inglesi sono state rintracciate, inserite nei caminetti delle bottiglie anti stregoneria, contenenti simboli esoterici, tessuti, spilli e tracce di urina. Venivano nascoste all’interno dei camini e non dovevano essere mai nominati o avrebbero perso il loro potere. Anche i giardini potevano essere usati contro il malocchio, piantare sorbo o alloro, avrebbe allontanato le malelingue o le ambiguità del vicinato. L’alloro avrebbe protetto anche dai fulmini e tenuto alla larga il demonio. Un ciuffo d’erba di San Giovanni appeso alle finestre avrebbe tenuto fuori la discordia. 

La magia protettiva per scacciare le streghe

Belladonna e rosmarino necessari

Per i riti di purificazione veniva bruciata salvia in tutta la casa. Coltivare Belladonna avrebbe annullato la magia nera. Un rosmarino in giardino avrebbe intrappolato le streghe, costrette a contare ognuna delle foglie del cespuglio e questo avrebbe fatto perdere tempo fino al sorgere del sole. In centro e Sudamerica ma anche nel Sud Europa alle porte vengono appesi peperoncini col compito di tenere alla larga gli stregoni.

Anche gli animali protetti

Per gli animali oltre alle benedizioni ed i rituali a Sant’Antonio, era consigliato appendere al collare piccoli quarzi o occhi turchi. Questa tradizione continua ancora oggi per gli animali da compagnia. A volte non erano i proprietari ma gli stessi muratori che costruivano le case ad inserire questi simboli protettivi nella malta e nei laterizi. In alcune aree i tetti delle case era adornati di pietre e canne fumarie con disegni molto elaborati. Le streghe che avessero cercato di entrare si sarebbero “incantate” a guardare i disegni e non sarebbero entrate.

Alcune pratiche sono tornate di moda

Alcune di queste pratiche sono tornate di moda, l’attenzione al sacro e al misterico porta ad evidenziare oggetti, talismani e simboli protettivi o più semplicemente ad oggetti come gli acchiappasogni. Sono “magie” positive che vogliono portare bene. Anche l’Asia ha molteplici testimonianze di simboli e rituali per scacciare il maligno e tenerlo fuori dalla porta di casa. Un segno che il mondo della magia ha toccato tutte le culture, diffondendosi in tutto il globo. Gli stessi indigeni australiani compiono rituali in proposito, mentre i popoli africani sono pieni di simbologia sacra e animista.
La magia protettiva per scacciare le streghe

Abitare, Benessere, Enogastronomia

Pranzare da soli.

Non è più così rilevante, anzi.

Lo stigma di chi consuma il pranzo in solitudine si sta dissolvendo. Un tempo erano i rappresentanti di commercio, o i camionisti, o come vuole l’esperienza cinematografica, i critici che assegnano riconoscimenti e stelle. Coloro che sedevano soli ad un tavolino, sfogliando un giornale e inforchettando la pasta, erano guardati con un misto di compassione e compatimento. Pranzare da soli

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Erano guardati con compassione ma a loro agio

Oggi non è più così e non solo perché al posto del quotidiano sono arrivati i telefoni cellulari, e restare completamente isolati è una scelta legata alla disponibilità della rete. Aumentano i tavoli singoli ai ristoranti, per persone che rinunciano ad avere altri commensali e si godono l’esperienza di buon cibo tutta per se. Tra coloro che amano questo modo di alimentarsi, sono molti coloro che dichiarano di sentirsi a proprio agio. Solo una minoranza, invece, sono coloro che dichiarano di sentirsi non completamento a loro agio.

Mangiare da soli non è un ripiego ma una scelta

Il tavolo per uno non è più un “ripiego” perché manca la possibilità di avere un commensale, ma è una precisa scelta. C’è chi lo trova un momento rilassante da dedicare solo a se stessi. Un momento riflessivo per valorizzare meglio ciò che viene proposto nel menu dai ristoratori. Una esperienza che si focalizza solo su ciò che si ha nel piatto e non viene distratto dalle chiacchiere conviviali.

Pranzare da soli

Prenotazioni per “solo dining” e pet-friendly in aumento

Sono tanti i ristoratori che accettano prenotazioni anche per un singolo cliente, e non solo a pranzo. Non sono sempre soli, a volte viaggiano con i propri animali, e se sono ben accetti all’interno dei locali, condividono il tavolo con i loro umani. Sta ai ristoratori più accorti fornire un servizio di accompagnamento anche per gli animali, per catturare il consenso degli ospiti. Moltissime persone viaggiano coi propri amici, più o meno pelosi. Accorgersi di questa esigenza, crea opportunità di lavoro. Il “pet-friendly” è ricercato e il passaparola costituisce un’ottima forma di divulgazione dell’abitabilità del ristorante.

In viaggio con le tappe determinate in funzione dei locali accoglienti

Il ”solo dininig” è una condizione che trova il consenso di molto commensali. Le ricerche e le richieste in internet sono notevolmente aumentate. Segno che il fenomeno è in aumento. Chi programma un viaggio, spesso s’informa prima sulla reale disponibilità di “solo dining”, e modifica il proprio percorso in funzione dei pasti che potrà ricevere. Ciò che realmente fa la differenza è che il locale sia accogliente anche per chi non cena in comitiva. 

Bambini rumorosi al bando

D’altro canto aumenta il numero dei locali che non ammettono bambini, specie se non sorvegliati in modo particolare o se troppo rumorosi. Aldilà di tutte le possibili polemiche che questo comporta, è un dato di fatto che i locali troppo rumorosi non sono graditi. La ricerca di locali che mantengano un livello di rumore di fondo moderato è in aumento.  Potete riscontrarlo nelle recensioni dei ristoranti. La solitudine al tavolo è una condizione che viene vissuta anche come un’alternativa alla eccessiva velocità con cui si vive. Un importante momento di relax da consacrare a se stessi e al cibo. Pranzare da soli

Pranzare da soli
Abitare, Benessere

La pelle ottenuta dai funghi

Un gruppo di ricercatori finlandesi l’ha messa a punto

Il Centro di Ricerca Tecnica VTT della Finlandia ha sviluppato un metodo per produrre pelle biodegradabile alternativa e priva di plastica utilizzando il micelio, la parte del gambo dei funghi. I funghi anziché essere allevati nelle usuali piattaforme piatte, vengono coltivati in bioreattori dove vengono alimentati da un liquido contenente sostanze nutritive. La pelle ottenuta ai funghi

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Coltivati, raccolti e arricchiti

Dopo aver raccolto i funghi, la polpa viene lavata e trasformata in una massa a cui vengono aggiunte fibre del legno e sorbitolo,  per renderla morbida, flessibile e resistente. La polpa viene poi stesa e lasciata asciugare. Le strisce ottenute sono larghe una ventina di centimetri e lunghe 8 metri, ideali per molte lavorazioni nel campo del cuoio. La pelle da funghi ha una buonissima resistenza alla trazione, superiore a quella ottenuta dai bovini, resta da migliorare l’aspetto della resistenza all’abrasione.

La pelle ottenuta dai funghi

Biodegradabile 

La pelle fungina è biodegradabile, in acqua si è dissolta al 77%, mentre nei processi industriali di compostaggio, è completamente degradata in circa 6 settimane. Il processo evita trattamenti chimici legati alla concia, come l’uso di cromo. Gli allevamenti bovini non sono più così necessari per ottenere pelle, e vengono azzerati i processi chimici derivanti dai materiali plastici a base di combustibili fossili, con una forte riduzione dell’uso di petrolio.

Strumenti e tecnologia etici

Il processo si differenzia nettamente dalla produzione di cuoio animale o sintetico. Utilizza strumenti e tecnologia etici. Un passo avanti per tutti non solo per chi ha sposato la causa vegana. Il processo è sostenibile e rapido. Il micelio utilizzato si sviluppa in circa due settimane in biroeattori dove utilizza pochissima acqua ed energia. il prodotto che si ottiene è molto simile alla pelle naturale e può essere tinta nei colori e nei brand desiderati. La pelle ottenuta ai funghi

la pelle ottenuta dai funghi