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I castori si trasferiscono sempre più a Nord

Gli impatti delle dighe di castori sulla tundra sono imponenti

Non è un fenomeno nuovo, gli abitanti del luogo hanno incrociato i loro sentieri coi castori già negli anni ’80. A quei primi sparuti pionieri se ne sono aggiunti altri a colonizzare la tundra artica. Ora le colonie sono molto più presenti, tanto che con le foto satellitari sono riusciti ad individuare 12.000 nuovi stagni creati dai castori. L’ecosistema potrebbe essere in pericolo. I castori sono gli animali che, dopo l’uomo, possono modificare più a fondo i luoghi in cui risiedono. I castori si trasferiscono sempre più a Nord

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Stanno aumentando

Gli inuipiat e gli inuvialit che abitano quelle terre, temono che le variazioni apportate dai castori, li obbligherà a cambiare vita. Vivono di pesca e caccia e le dighe bloccano la loro viabilità, costringendoli a trainare le canoe a riva ad ogni nuovo invaso. Inoltre temono che i salmoni artici non possano più risalire i torrenti ed i fiumi per deporre le uova. I salmoni sono alla base della loro alimentazione ed economia. Perciò il problema è molto sentito.

Scongelamento più rapido

I piccoli invasi creati dai castori sono molto più profondi del corso dei fiumi e quindi non congelano rapidamente. Questo permette lo scongelamento del permafrost con relativo rilascio dei gas serra, anidride carbonica e metano, intrappolati nel terreno. Il riscaldamento climatico rischia di subire altri innalzamenti per colpa dei grassi roditori. Un tempo i castori erano diffusi in tutto il Nord-America, poi la passione per le loro pellicce ha rischiato di farli sparire. I corsi dei fiumi erano modellati dalle loro attività e soprattutto, lo erano le specie vegetali.

Un limite forestale

Fino a pochi anni il limite naturale della diffusione dei castori era legato al tipo di foresta presente in natura. Per costruire le loro dighe hanno bisogno di specie ad alto fusto. I salici e gli ontani che adorano rodere coi loro dentoni, si fermavano molto più a sud. Ma ora crescono ad altre latitudini e i castori trovano, letteralmente, legno per i loro denti. La stagione invernale è meno rigida, inizia più tardi e termina prima. Perciò alcune piante riescono a vivere in areali più ampi ed hanno colonizzate nuovi terreni.

I castori si trasferiscono sempre più a Nord

Non è colpa loro

Non è certo colpa dei castori se il clima è impazzito, ma loro potrebbero aumentare il pericolo di accelerare alcune situazioni. Gli ecosistemi sono talmente fragili che sono gli stolti umani non se ne sono accorti. Nell’estremo nord queste fragilità sono ancora più evidenti. Gli scienziati esaminano gli stomi (pori) delle foglie per controllare le emissioni di anidride carbonica. Se gli stomi sono più grandi ci sono le condizioni ideali o sufficienti per far vivere altri animali come gli alci, che sono comparsi solo 50 anni fa in zona.

Popolazioni locali in allarme

Gli indigeni del luogo puntano il dito contro i castori. Li accusano di cambiare troppo il loro habitat e di minacciare la loro esistenza. Il paesaggio cambia e le abitudini cementificate in secoli sembrano dover cambiare. Agli Inupiat e ai cacciatori Inuvialuit questo non piace affatto. Accusano anche i castori di portare malattie e di rovinare la loro economia. Assolutamente vero, ma incolpare i castori dei disastri fatti dal nostro consumo di combustibili fossili, sembra fuori luogo.

Ci sono anche vantaggi

Gli scienziati pensano che gli stagni creati dai roditori abbiano anche impatti positivi. Tanto da perorare la causa dei naturalisti che li vogliono reintrodurre in alcune aree umide. Sarà necessario riavvicinare, se possibile, le parti. Pescatori, cacciatori e castori dovranno trovare il modo di convivere. Nel frattempo sono stati approntati degli scivoli che permettono ai salmoni di risalire le correnti anche in presenza di dighe e che servano anche da scolmatori. In questo modo controllano l’altezza delle acque ed impediscono che ci siano allagamenti dei sentieri. Ovviamente è richiesta una buona dose di comprensione delle reciproche esigenze. I castori si trasferiscono sempre più a Nord

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Non Scuola di Sci Metodo I.DROP

credits: FotoStudio3 emanuela_corradini_con_i_maestri_di_sci_paganella_pradel_del_metodo_I.DROP

Metodo scientifico che applica allo sport la psicologia

Amiamo le start-up meglio se create da giovani preparati, con un progetto imprenditoriale. Il 2dicembre 2022 presentata al territorio la nuova Non Scuola di Sci Metodo I.DROP, Paganella, Pradel, Molveno, Altopiano della Paganella. La strategia di comunicazione e branding è affidata a Olab & Partners. Sei soci per un progetto che riguarda la montagna e il turismo.

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La scienza dello sport alla guida

Si tratta del metodo I.DROP che utilizza il metodo scientifico esperienziale che segue rigorosamente la psicologia applicata allo sport.  Cioè poter esprimere le migliori capacità personali nell’attività motoria, anche se ancora giovanissimi. I Maestri di Sci Paganella Pradel, aiutano gli allievi a imparare a sciare meglio. Ma anche come camminare, arrampicarsi e vivere lo sport in montagna, per 365 giorni l’anno. Il progetto è un vero e proprio aggregatore d’innovazione no limit, per le Dolomiti, dal nome HUB 2125.

Informazione e coinvolgimento

Abbiamo supportato la non-scuola a emergere nel grande e articolato e sistema turistico Trentino. Abbiamo utilizzato il rapporto privilegiato con gli organi di stampa, per informare e valorizzare le differenze sostanziali rispetto alle proposte tradizionali. Realizzato una video intervista per dare voce ai neo-imprenditori e spiegare il loro progetto. Grazie ad uno slogan decisamente impattante, (non-scuola di sci), e tempi di informazione adeguati. I social media stanno giocando, sin d’ora, un ruolo fondamentale nello sviluppo dei contatti commerciali con gli hotel e i possibili utenti. Link

L’evento di presentazione della non-scuola di sci

Ad Andalo, alla casa dei Giovani, venerdì 2 dicembre ore 17.00 siamo stati i protagonisti dell’evento. Dai content al copywriting, alla ricerca del coinvolgimento dei partecipanti. Il titolo della presentazione era: Come aiutare il cliente , e renderlo pienamente soddisfatto sulle piste da sci?

Non Scuola di Sci Metodo I.DROP

Catturati da immagini WOW, della comunicazione pubblicitaria, off e online, i clienti vengono catapultati sulle pisce da sci, o verso altri interessanti sport. Sia in primavera che in estate. Il contatto con la realtà spesso è molto impattante psicologicamente. Può far demordere o rendere assolutamente inconsapevoli dei propri limiti, causando danni a volte irreparabili. I giovani sono i futuri clienti da fidelizzare. Da una montagna assolutamente diversa, pronta a mutare anche per il cambiamento climatico.

Non-Scuola di Sci Metodo I.DROP
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Premessa e metodo

Questa è stata la premessa di Emanuela Corradini, esperta di marketing di Olab & Partner. Presenti il Direttore Alessandro Obrelli, 32 anni e Giulia Valcanover, 25 anni, responsabile dell’edutainment della non-scuola che hanno illustrato il metodo e le differenze. I consulenti Dr Rocco Minnici, 37 anni, psicologo dello sport e la Dott.ssa Ilaria Biasion Psicologa, Psicoterapeuta Esperta in Neuropsicologia. Entrambi referenti scientifici della Non Scuola di Sci Metodo I.Drop. Hanno illustrato i plus del metodo, e come hanno preparato i Maestri. In grado di creare e gestire in modo individuale e in gruppo, le esperienze in montagna.

Esperienze a tutto tondo

Sono intervenuti per gli aspetti più tecnici Dora Tavernaro, Maestra di sci e Experience Designer, coordinatrice delle esperienze enogastronomiche Strada dei Formaggi del Trentino. Dora ha illustrato le potenzialità del nuovo sci: tempistiche slow, luoghi meno affollati, attività collaterali oltre lo sci. Non più solo sciare, ma vivere esperienze complete in montagna, senza stress e in massima sicurezza.

Non-Scuola Metodo I.DROP
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Sicurezza oggi sempre più determinante

Il tema della sicurezza è stato affrontato da Donata Sartori, Presidente della Croce Bianca Paganella. Mentre, i cambiamenti climatici modificano la rischiosità degli sport in montagna. Il tema, è stato descritto da Nicola Pichler. Responsabile Soccorso Piste Paganella. Il costo del sistema di supporto alle emergenze sulle piste è enorme (vedi tabella a piè di pagina), e ha un costo altissimo per la collettività. Insegnare a vivere le esperienze in massima sicurezza, è un passo avanti importante. Anche se garantiscano un intervento immediato e preciso, è meglio non immaginare che le tecnologie in montagna, risolvano tutto. La cautela è il miglior mezzo per ridurre gli incidenti durante le vacanze.

La serata è stata resa possibile grazie ai partner: Olab & Partner, Croce Bianca Paganella, Soccorso Alpino; ai media partner: Lavocedeltrentino.it, la voce di Bolzano.it, Spotmagazinetrentino.it. Sponsor: Sparkasse, Cantina Rotaliana, Birra Impavida, La Stua Panificio Pandor. Non Scuola di Sci Metodo I.DROP

Metodo I.DROP
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Abitare, Benessere, Eventi

Se sei sciatto sei nel Goblin Mode

Una definizione che si contrappone alla finta “bellezza” levigata imposta dagli influencer

È una piccola ribellione al conformismo che domina le immagini in rete. Dove non si può essere “postabili”, se non perfetti. Trucco, parrucco e outfit di classe, per dare una visione di sé stessi che spesso è irreale, ed è oltre i propri limiti. Il Goblin Mode è il riappropriarsi della comodità, e saper evitare tutte le sovrastrutture che ci regolano la vita. Non dover lucidare la casa costantemente, lasciare il letto senza tirare le lenzuola a piombo, svaccarsi sul divano e godere del dolce far niente. Tutto questo rientra nel mode, che non è un mood e nemmeno una moda, ma una fase, che autorizza a pensare prima di tutto a se stessi. Se sei sciatto sei nel Goblin Mode

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Tuta ovunque

Il nuovo hashtag che spopola in rete #goblinmode sancisce il diritto di ognuno di noi di essere sé stesso. La tuta ovunque è divenuto il simbolo di questo bisogno di sentirsi a proprio agio. Essere “veri” senza nascondere i propri difetti, e la propria incapacità di circondarsi di sole cose firmate o nuove. Vivere con leggerezza, senza pensare a come apparire di fronte al prossimo. Lasciare qualche abito in giro senza riporlo immediatamente, vestirsi solo a metà durante le call in zoom o skype, ha liberato la sciatteria del suo lato negativo. Ha anche ridimensionato il mito della produttività ad ogni costo. Oziare non è visto come un aspetto negativo, ma come una riscoperta dei propri bisogni.

Niente trucco con le mascherine

La condizione di forzato isolamento dovuto al covid, ha dato la stura a questo bisogno di essere liberi in casa propria. Restare da soli in casa, o con la famiglia, ha di fatto eliminato i fronzoli che obbligano ad essere “presentabili” per non incorrere nello stigma di essere sciatti. Dover usare le mascherine ha eliminato o ridosso all’osso l’uso del trucco. Molto più tempo libero, per poter essere in pace col proprio corpo e col proprio viso. La pressione per essere sempre “impeccabile” ha ceduto ad un uso creativo del proprio guardaroba. Outfit che non avremmo mai considerato, sono diventati semplice qualcosa con cui coprire il corpo. Vestire la tuta tutto il giorno e cambiarsi solo per indossare il pigiama, ha reso pratica e semplice la vita quotidiana.

Se sei sciatto sei nel Goblin Mode

Essere Goblin

Essere Goblin è una rivincita rispetto alle riviste patinate ed agli influencer che ci vorrebbero sempre perfettini. “Tutto look e niente sostanza” come ha felicemente descritto qualcuno, il fenomeno dell’effetto Instagram. Tolta la patina, resta la realtà. Sotto sotto siamo tutti Goblin. L’origine della definizione viene dai folletti sgraziati, sciatti e malvestiti, cari ai lettori delle saghe di Tolkien. Ora i goblin non portano spadoni pesanti o stracci appesantiti dal fango, si limitano a vivere in pace con sé stessi. In rete aumentano le immagini di “persone liberate” che sono orgogliose di essere più vicine ad un folletto dispettoso, che ad un modello di Vogue.

Da ludico a psicoanalitico

Il Goblin mode è passato rapidamente da fenomeno “social” a fenomeno da dovere essere analizzato dagli strizzacervelli. Il timore che degeneri in depressione profonda esiste, ma va sottolineato che chi si riconosce nel fenomeno, lo fa con convinzione ludica. È l’arte dello sbeffeggio delle “imposizioni” dei/delle influencer a passare la vita in palestra od eternamente a dieta. Invece dei selfie mentre si mostrano muscoli definitissimi o improbabili beveroni alle alghe, immagini di tranquilla vita quotidiana. È il contrappasso ai video motivazionali che incitano ad indottrinare le nostre abitudini e stili. Nel goblin mode predominano lo svacco e la comodità, facendosi beffe di chi si alza due ore prima per un fitness d’assalto.

Brutto ma solo a tempo.

La bruttezza e il disordine fanno parte del mode, ma sono limitati nel tempo. È un momento definito in cui vivere senza intralci modaioli, e riscoprire la propria essenza. I fronzoli e l’impalcatura, fatta di usanze imposte da mamme e nonne, può essere marginalizzata. L’unica accortezza è non indulgere troppo nei propri confronti. Saper uscire dal goblin mode è altrettanto importante quanto entrarci. Farne una disciplina assoluta, potrebbe rivelarsi pericoloso e un indicatore di una sindrome depressiva in arrivo. Se sei sciatto sei nel Goblin Mode.

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Sempre più giovani eccedono con l’alcool

Dagli USA arriva la pessima notizia di molti decessi dovuti all’alcoolismo

Sono in età lavorativa la maggior parte degli statunitensi deceduti a causa dell’alcool. La parte più produttiva sembra non riuscire ad assorbire lo stress, e si condanna a pessime condizioni di vita. Circa il 13% degli statunitensi tra i 20 e i 65 anni è rimasto vittima dell’abuso alcoolico. Il dato peggiora sensibilmente se si tiene conto di un range più giovane. Tra i 20 e i 49 anni i decessi salgono oltre il 20%. Dati terribili che impongono prese di posizione e importanti scelte politiche. Sempre più giovani eccedono con l’alcool

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Solo economia in gioco?

Il report che ha messo in luce questi dati, parla di evidente problema economico. Il venir meno di così tante persone in età di lavoro, avrà conseguenze sull’economia del paese. È urgente prendere provvedimenti che scoraggino gli abusi. I sanitari consigliano di mettere un freno, innalzando ancora il prezzo delle bevande alcooliche e limitandone gli orari di vendita. Un innalzamento della tassazione che sarà sicuramente sgradita e che nessun politico avrà il coraggio di applicare.

Lobby fortissima

La lobby dei produttori di alcoolici è fortissima, seconda solo alla NRA (National Rifle Association). La battaglia per ottenere una riduzione dei consumi si preannuncia durissima. Anche se da molto tempo si conoscono i dati relativi agli eccessivi consumi e alla sua pericolosità, ora sono ancora più evidenti. Sono dati che disaccorpano i decessi di altre categorie, come responsabili di malattie, cancro, epatopatie. Anche i coinvolgimenti in morte accidentali, omicidi, annegamenti, sparatorie, vengono separati. Ma in questo caso il tasso percentuale è legato solo all’alcoolismo.

Report meglio definito

Il report ha meglio individuato, grazie a dati specifici e ad interviste sui consumi dei deceduti, i confini del problema, Gli scienziati hanno creato una nuova mappa che individua una distribuzione a macchia di leopardo sul territorio statunitense. La differenza di percentuale tra gli stati è enorme. Forse a causa delle differenti educazioni ed abitudini, legate all’origine dei residenti. L’aspetto legato alla religione delle varie comunità, è una variabile importante sui costumi del bere in eccesso.

Anche il Covid

Anche il Covid ha contribuito a rendere l’acool più appetibile, i consumi sono aumentati assieme ai problemi mentali. Depressione, paure, disturbi mentali in forte aumento, e non curati a dovere, hanno portato ad ulteriori eccessi. Il picco del 13% è stato raggiunto proprio in piena pandemia. La preoccupazione dei sanitari è che in realtà il dato sia molto peggiore se associato a decessi causati solo in parte dall’alcool. Gli incidenti stradali, ad esempio, non vengono aggregati, anche se gli eccessi dovuti al bere, sono evidenti. Sarebbe interessante conoscere gli stessi dati riferiti ad Italia ed Europa. Sempre più giovani eccedono con l’alcool

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Riso perenne una soluzione alla fame

Rese in aumento e costi in flessione per produrre meglio con benefici economici

Una delle più grandi preoccupazioni dei futurologi è rintracciare abbastanza cibo per tutti gli abitanti del Pianeta. Ora che abbiamo sfondato la soglia psicologica degli 8 miliardi, il problema diventa ancor più pressante. Saranno le palme da datteri a garantirci abbastanza proteine ed energia? O potrebbe essere un cibo che già sfama oltre 4 miliardi di persone? Parliamo del riso. Ci sono importanti tentativi di mutare il modo di coltivarlo. Riso perenne una soluzione alla fame

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Il riso perenne

Il riso viene attualmente coltivato annualmente. Ad ogni nuova stagione il terreno deve essere preparato, arricchito di fertilizzanti e seminato con le nuove piantine. Ma il riso potrebbe diventare perenne. Gli studi portati avanti da diversi ricercatori, vanno in quella direzione. Il riso consente due raccolti annui, anche se il secondo è solitamente di minore portata. Però esistono nuovi cultivar che possono crescere e sviluppare raccolti per diversi anni. Non sono piante che possano vivere in eterno, con lo stesso standard produttivo, ma al momento sono arrivati a 5 anni anziché uno solo.

10 raccolti anziché due

Si possono ottenere da questi nuovi ibridi 10 raccolti consecutivi senza dover arare, fertilizzare e ripiantare le piantine di riso. C’è anche un risparmio del consumo di acqua. Un altro dei problemi che i climatologi hanno ben presenti come incombenti. Un risparmio economico notevole che potrebbe rilanciare la coltivazione. I contadini del sud est asiatico, soprattutto in Cina, dove la produzione è concentrata, stanno lasciando i campi in cerca di riscatti economici. Far loro guadagnare in modo costante e cospicuo, può farli tornare alle loro risaie. Queste piante che riescono a produrre per alcuni anni consecutivi, sono incoraggianti.

Riso perenne una soluzione alla fame

Incroci complicati

Il riso è coltivato da millenni, nel modo sbagliato. Il cereale così importante per l’alimentazione mondiale, è stato pensato solo come annuale, ma esistono in natura specie che sono più resistenti. Ibridando risi molto produttivi, con piante più longeve si sono raggiunti obiettivi importanti. Da verificare sul campo in tempi medio-lunghi. Era impossibile avere riscontri in un solo biennio, per confrontarli con le piante annuali. I tentativi sono stati davvero tanti, iniziati negli anni ’70, con molti insuccessi. Ma ora è stato messo a punto un seme che sembra soddisfare tutte le esigenze, di mercato, operatori e agricoltori. Per arrivare al successo sono serviti 23 tentativi, infatti il nuovo seme è stato chiamato PR23 (Perennial Rice 23).

Cinque stagioni di seguito

Per avere conferme hanno chiesto a vari agricoltori di piantare il PR23 ed altri tipi di riso per controllare rese, ed eventuali minori investimenti. Per produrre un raccolto migliore e un’agricoltura migliore e più sostenibile. I dati sono stati incoraggianti. Le perenni hanno dato gli stessi raccolti per ettaro delle annuali ma lo hanno fatto per 5 stagioni consecutive. Le spese sono crollate a circa la metà per i fertilizzanti e sementi, con un vistoso incremento del profitto. Anche il terreno è migliorato, con maggiori nutrienti come il carbonio organico e l’azoto lasciati nel suolo. Ovviamente le piantine andranno seminate nuovamente a fine ciclo, ma farlo una volta ogni 5 anni è sicuramente un grande risparmio per gli agricoltori.

In Cina già molti hanno piantato il perenne

Gli evidenti vantaggi hanno catturato l’attenzione dei coltivatori. Molti di loro sono passati al perenne, anche se rappresentano solo una frazione del totale. Il potenziale è notevole e migliorabile, con buone speranze che le prossime generazioni di PR possano rivelarsi ancora migliori. Altri paesi asiatici e africani stanno testando la possibilità di allevare il perenne. L’interesse è decisamente alto, e forse darà una mano a sconfiggere la fame nel mondo. Riso perenne una soluzione alla fame

Riso perenne una soluzione alla fame

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Boccone del prete

Un pezzo di carne che come quasi tutto il quinto quarto, nessuno mangia negli USA

In questi giorni, per il Thanksgiving c’è un grande commercio di tacchini. Molti di loro sono congelati e impacchettati, tanto che difficilmente riusciamo a capire cosa contiene quella palla brinata. I tacchini sono pronti per essere farciti e finire in forno per una lenta cottura, e poi finire sulle tavole con varie salse e condimenti. Però manca qualcosa, oltre alla testa e parte del collo, manca il sedere. Quasi nessuno, nel paese che consuma più tacchini al mondo, mangia quella parte. Molte persone nemmeno sanno che esiste un prolungamento del sedere, nel corpo del grosso gallinaceo. Boccone del prete

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Un pezzo un tempo pregiato

Era un pezzo un tempo pregiato, che ha una denominazione di “boccone del prete” del papa, del sultano, ecc. ad indicarne la prelibatezza. Un pezzo ricco di grasso, molto nutriente, saporito e destinato all’ospite di riguardo. È il supporto alla coda, quello che consente di fare una maestosa ruota. Ma la sua ricchezza di grasso ha finito per decretarne la condanna. Ritenuto un pezzo poco nobile, è stato eliminato al momento della macellazione. Per questo molti che non frequentano i tacchini ancora vivi, nemmeno sanno com’è la loro vera anatomia.

Il quinto quarto

C’è una certa repulsione, da parte della comunità americana, a consumare i pezzi di minor pregio. Abituati a filetti, braciole e petti, hanno rinunciato in buona parte a coltivare la cucina di sussistenza. Quella fatta anche dalle parti meno nobili, il cosiddetto quinto quarto dai norcini. Orecchie, lingue, zampetti, rognoni, frattaglie, trippa, fegato, cuore, cotenna, testicoli, mammelle, ecc. sono parte integrante della cucina popolare. Parti che hanno sapori ben distinti e che consentono di esplorare molte ricette tradizionali. Ora quelle pezzature sono state in parte riscoperte, e lo dimostrano i prezzi che hanno raggiunto, recentemente, lingue e zampetti. Quasi competitivi con le parti più pregiate.

Boccone del prete
Muli Pili

Culture etniche

Il quinto quarto è parte integrante delle cucine etniche, specialmente asiatiche. Grazie a loro, alcuni americani hanno imparato ad apprezzare anche altre parti degli animali. Le code di tacchino però, hanno una storia particolare. Sono diventate popolarissime in alcune isole del Pacifico. Sono uno dei cibi base della loro tradizione, anche se raramente allevano tacchini, ricevono le code congelate dai macelli statunitensi. Le cuociono lesse o fritte e sono diventate il simbolo del cibo da consumare in compagnia durante i raduni familiari e le feste.

Tutto è cambiato dopo la W.W.II

Il modo di produrre carne industrialmente è mutato e si è evoluto dopo la Seconda Guerra Mondiale. La chimica è entrata a far parte dei processi di macellazione e conservazione. Al contempo la possibilità di ricorrere all’inseminazione artificiale, ha moltiplicato i capi a disposizione. Altri processi scientifici hanno fatto crescere rapidamente in peso e volume, gli animali allevati. Questo ha creato un surplus dei pezzi “di scarto” che dovevano essere in qualche modo riqualificati o ricollocati. Una parte è stata assorbita dai prodotti per gli animali da compagnia. Altri sono diventati saponi. Altri ancora sono finiti alle Samoa ed “eletti” cibo simbolo della loro cultura alimentare.

Boccone del prete

Tutti obesi nelle Samoa

70 anni fa nessuno conosceva i bocconi del prete nelle Samoa. Ma è progressivamente diventato un cibo richiestissimo, tanto che ha avuto anche l’onore di un nome samoano Muli Pipi. Oggi i samoani consumano 23 chili di code di tacchino a testa ogni anno. La conseguenza è un tasso di obesità decisamente alto, del 75%, il governo ha cercato di bloccare l’importazione per motivi salutari. Ma s’è scontrato con l’Organizzazione Mondiale del Commercio che ha fatto riaprire le frontiere all’importazione. Le pressioni dei macelli americani per poter esportare i loro avanzi, è stata fortissima. Un mercato così favorevole per accollarsi degli scarti, era un’occasione troppo ghiotta.

Riprendere a consumare tutto e non sprecare.

Non sembra possibile al momento un ritorno alle normali procedure. Gli americani non intendono tornare a mangiare i loro animali, “dalla punta del muso alla coda”. È una situazione che potrebbe mutare solo dopo una massiccia campagna informativa, di conoscenza. Le comunità, filippine, cinesi, vietnamite in USA, utilizzano quei prodotti, ma restano nell’ambito delle “curiosità etniche”. Non entrano nelle diete quotidiane o nei programmi televisivi dei gourmet locali. Gli statunitensi sono abituati a consumare solo il pezzo migliore, senza limitazioni di peso, pezzatura, prezzo. Il quinto quarto lo disprezzano e lo considerano degno solo delle comunità più povere. Boccone del prete

Boccone del prete

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Sappiamo risparmiare energia?

Tante piccole uscite energetiche ci fanno aumentare le bollette, ma possiamo migliorare.

Non siamo abituati a ragionare di consumi quando pensiamo ai nostri elettrodomestici. Sono lì in casa da sempre o da poco, li usiamo ma non calcoliamo quanto intaccano il nostro portafogli. Molti non sanno che il più energivoro è il frigorifero, sembra consumare poco ma è acceso 24h ore al giorno. È lui il colpevole di oltre il 50% delle spese elettriche che riguardano la cucina e i suoi annessi. Sappiamo risparmiare energia?

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Cucinare in modo sobrio

Si possono risparmiare risorse facendo attenzione a come si cucina. Si possono scegliere alcune ricette per evitare di utilizzare troppo il gas o l’elettricità, se usiamo l’induzione, ed il forno. Meglio sporcare meno per non dover utilizzare troppo speso la lavastoviglie, anche lei molto energivora. Per non riempirla dopo un solo pasto, meglio pensare a ricette semplici, gustose ma facili da realizzare. La cucina è spesso il locale che fa lievitare i consumi di casa, un tempo era il regno della massaia, che oculatamente, calibrava il menù settimanale. Questa sana abitudine si è persa, vittima della velocità con cui si vive e lavora. Ora la tendenza è vivere più alla giornata, facendosi influenzare dall’estro e dalla voglia del momento.

Diventare virtuosi si può

Possiamo imparare a dosare meglio le necessità e di conseguenza i consumi. Alcuni degli elettrodomestici che utilizziamo sono molto energivori, ad esempio la friggitrice ad aria e i bollitori elettrici o il tostapane. Anche le macchine per fare il caffè consumano parecchio, anche se per brevi istanti, per portare a pressione le loro caldaie. Per questo conviene spegnerle dopo l’uso e non lasciarle in stand by. Guardatevi attorno, oltre alla tv, avete molti altri “attrezzi” come il forno a microonde che consumano anche se non utilizzati. Quelle lucette che indicano che sono pronti a funzionare immediatamente, in realtà consumano energia.

Cosa e come cucinare

Po’ sembrare ridicolo ma anche la scelta di cosa mettere in pentola può fare la differenza. Che pasta vorreste oggi? Una pasta, lunga o corta che sia, e che impiega 10 minuti dopo l’ebollizione incide per circa 10 centesimi se preparate un sugo. Se la cucinate con un condimento freddo ne costa solo 6. Ma la pasta meno costosa restano gli gnocchetti, pronti in poco più di 2 minuti, costano solo 3 centesimi. Molto peggiore il discorso di lasagne, timballi, cannelloni, ecc che devono essere cotti in forno. Il prezzo in questo caso sale sopra agli 80 centesimi.

Sappiamo risparmiare energia

Spegnere anticipatamente

Si è molto parlato della pratica di spegnere il fornello, prima che la pasta sia completamente cotta. Basta coprire col coperchio e lasciare che si completi la cottura in pentola. È corretto, ma il sistema permette un risparmio veramente minimo, che forse si può ignorare, e continuare col sistema tradizionale. Meglio fare attenzione a non mettere troppa acqua, per favorire una rapida ebollizione. Utilizzare sempre pentole con coperchio ed attendere che arrivi a bollore prima di mettere il sale. Ricordate anche che i pezzi piccoli cuociono più velocemente. Meglio tanti bocconcini di un arrosto intero.

Forno ventilato o no

Se amate usare il forno, privilegiate quello ventilato perché riduce i tempi di cottura. Se potete, cucinate cose che possano essere cotte assieme, pietanze che possano convivere tranquillamente, e vi fanno risparmiare. I forni moderni permettono molte opzioni che consentono di cucinare solo nella parte superiore o inferiore, scegliete quella giusta per voi. Controllate bene se vale la pena di preriscaldare il vostro forno, quelli elettrici possono essere velocissimi nel raggiungere la temperatura desiderata. Per le pietanze cucinate in forno conviene spegnere anticipatamente, perché il calore non si disperde nell’ambiente e la cottura prosegue per almeno 15 minuti extra. Per riscaldare meglio usare il microonde, meno energivoro.

Classe A

Per i vostri elettrodomestici dovreste acquistare quelli che sono nella classe più alta. Permettono di risparmiare parecchio. Controllate se non sia il caso di sostituire i più vecchi con apparecchi più moderni, o cercare di ridurne l’uso, se non vale la pena cambiarli (ancora). È utile anche una piccola manutenzione di routine. Sbrinate bene il frigorifero, controllate i sali della lavastoviglie e i cicli con cui la utilizzate. Idem per la lavatrice. Infine forse dovreste abbassare il termosifone in cucina. Mentre preparate i pasti, l’ambiente si scalda senza bisogno di usare il riscaldamento, inutile consumare energia in un ambiente già caldo. Sappiamo risparmiare energia?

Sappiamo risparmiare energia

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L’albero più vasto del mondo ha 47.000 tronchi

Lo stanno fotografando con camere a 360° per offrire una visione d’insieme

Si chiama Pando, un nome latino che significa “mi espando” e questo spiega buona parte del mistero che avvolge questo albero immenso. Non è il classico baobab o un solenne abete rosso californiano a svettare, da solo, verso il cielo. Questo immenso albero, il più grande del mondo è nato da un solo seme, ma si è distribuito su qualcosa come 45 ettari. Ognuno dei tronchi nati dalle radici del primo pioppo tremulo che ha dato origine alla foresta possono considerarsi suoi rami. L’albero più vasto del mondo ha 47.000 tronchi

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Pioppo tremulo

È un pioppo tremulo dal tronco bianco (Populus tremuloides) e sorge nello Utah. Per difenderlo è nata una associazione la “Amici di Pando” che vuole valorizzarlo e proteggerlo. Lo chiamano il “Gigante Tremante” perché basta un alito di vento per farlo vibrare e mormorare. L’intreccio delle sue radici, lo rende uno degli esseri viventi più grandi al mondo. Si sono presi la briga di calcolarne il peso totale, che supera le 6.500 tonnellate.

Satellite per vederlo

Per comprendere le sue dimensioni servono le foto satellitari. Ha un’ampiezza che non consente allo sguardo da terra di misurarlo. È attraversato anche da un’autostrada. A periodi alterni Pando riempie di articoli la stampa statunitense. Ha qualche nemico che lo mina, come i cervi o i coleotteri che si nutrono della sua corteccia. Qualcuno lo dà come morente, ma non si capisce su quali basi. È un gigante che è sulla Terra da moltissimi anni e continua a prosperare. Potrebbe avere tra i 25.000 e gli 80.000 anni.

L'albero più vasto del mondo ha 47.000 tronchi

Un progetto per immortalarlo

Nel dubbio se vivrà o morirà in un prossimo futuro, è partito un progetto per immortalarlo. La Amici di Pando lo sta fotografando con camere a 360 gradi, tutto quanto, per offrire una possibilità di visitarlo anche restando a casa. Un’immersione nella foresta che si può gustare anche da un pc o da un tablet. Sarà la più grande documentazione fotografico dell’albero, nella sua interezza. I dati e le immagini saranno disponibili per tutti, persone comuni o studiosi. L‘obiettivo è fare innamorare della foresta più persone possibile in modo che tutti si sentano responsabili e vogliano proteggerla

Un solo organismo

È stato documentato solo nel 1976 come un unico albero con migliaia di ramificazioni. Il merito è di due botanici Burton Barnes e Jerry Kemperman. Grazie alle foto aeree si sono accorti di come si era sviluppato. La prova definitiva, è stata la raccolta del DNA dai campioni essiccati di migliaia di piante. Pando è un unico clone sviluppato da una singola pianta. È un maschio che produce polline, e continua a produrre nuovi cloni attraverso la linfa che percorre le sue radici. Pando cresce ogni anno non solo verso il cielo, ma espandendosi in larghezza, occupando nuovi spazi. Una sorta di enorme polipo vegetale che da ogni ventosa dei suoi tentacoli, fa crescere un’altra pianta. L’albero più vasto del mondo ha 47.000 tronchi

L'albero più vasto del mondo ha 47.000 tronchi

Credits: Pixabay

Abitare, Benessere, Eventi

Otto miliardi sono troppi?

Sarà un pericolo essere così numerosi o è piuttosto un pericolo consumare così male?

Domande a cui è difficile rispondere, mentre l’ONU avvisa che quel traguardo, verrà raggiunto a metà novembre. Un momento topico, una cifra che potrebbe fare da spartiacque tra un prima e un dopo. Riuscirà il nostro pianeta a sopravvivere a tanta pressione umana sulla sua superficie? Tornano di moda interrogativi che già ci hanno angustiati, al raggiungimento dei 7 miliardi. Cosa faremo per nutrire e soddisfare le esigenze di tutti? Otto miliardi sono troppi?

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Le cause

Questo traguardo è stato raggiunto grazie all’allungamento della durata di vita umana. La spettanza aumenta costantemente, grazie ai miglioramenti fatti dalla medicina. La salute, l’igiene, la diffusione di una sanità meglio applicata contribuiscono a raggiungere questi livelli. In alcuni paesi, ad un boom di nascite, è susseguito un miglioramento delle condizioni generali. La fertilità già elevata, si è tradotta in aumento della popolazione e riduzione della mortalità infantile.

Un problema da combattere

Dovremmo festeggiare come fosse un compleanno, invece aumentano le preoccupazioni. La sovrappopolazione pone interrogativi, ma il tema dovrebbe essere spostato dal numero al come. Ovvero stiamo sfruttando il pianeta in modi molto differenti. Le risorse che gli chiediamo vanno da livelli insostenibili a sostenibili. Se tutti vivessimo coi consumi degli americani avremmo bisogno di almeno cinque pianeti come la Terra per sostenerci. Al contrario se i nostri consumi fossero ad esempio quelli dell’India il pianeta basterebbe per sfamarci tutti. Diventa una questione di scelte di vita e di modelli di sviluppo.

Otto miliardi sono troppi?

Ignorare l’allerta

Se ignoriamo l’allerta della sovrappopolazione e non cerchiamo soluzioni sostenibili per tutti, ci sarà un crash. Possiamo intervenire su alcuni parametri, come l’istruzione e il controllo delle nascite, distribuendo contraccettivi. Ma non basterà, i paesi sottosviluppati non hanno accesso a questi strumenti, e per educazione non li accettano volentieri. Oltre il 50% delle gravidanze non sono desiderate, un numero elevato di bambini, porta a scelte obbligate. Le difficoltà di ottenere un livello di vita gradevole, spingono molti popoli a migrare verso luoghi più ospitali, o supposti tali. Occorre dare speranze ai popoli nei loro paesi d’origine, per evitare le spiacevoli situazioni che ben conosciamo.

Speriamo in un rallentamento

La crescita esponenziale del numero dei residenti sulla Terra sta frenando. Secondo calcoli effettuati negli anni ’80 avremmo dovuto raggiungere gli 8 miliardi molto prima di quest’anno. Ma la tendenza, anche se in ribasso è per raggiungere i 10 miliardi entro il 2100. L’incremento è quasi tutto concentrato in una fascia attorno all’equatore che va dall’India alla Nigeria. Alcuni dei ricercatori, sollevano molti dubbi in proposito, queste previsioni potrebbero essere sballate da molti fattori. Forse una nuova pandemia superiore come pericolosità al Covid, potrebbe intervenire. Lo sfruttamento di altre aree ancora “selvagge” potrebbe causare un altro grave evento sanitario.

Ridurre per sopravvivere

Da tutte le voci degli esperti giunge una sola grande informazione. Per sopravvivere tutti occorrerà ridurre i consumi e le attività che producono gas serra e fanno aumentare le temperature. Con l’innalzamento delle acque, perderemo terreno abitabile e coltivabile. Questo renderà ancor più densamente abitate e promiscue molte regioni, accentuando i problemi. La produzione agricola e soprattutto gli allevamenti sono troppo “costosi” sia in termini di denaro che di inquinanti. Ripensare alle nostre abitudini alimentari, diventa indispensabile. Ma chi vuole rinunciare e contrarre i propri consumi? È questo il grande interrogativo che lasciamo in eredità alle nuove generazioni. Otto miliardi sono troppi?

Otto miliardi sono troppi?
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Mucche sballate con la canapa

Sarebbe un mangime ottimo molto nutriente ma lascia tracce nel latte di THC

Molti agricoltori, viste le difficoltà di approvvigionarsi di mangimi a costi decenti vorrebbero nutrire i loro animali con al canapa. Però ci sono problemi soprattutto con le mucche da latte. Quelle che hanno mangiato canapa industriale producevano latte che conteneva il composto psicoattivo THC e altri cannabinoidi. Inoltre il comportamento degli animali è cambiato. Barcollavano un po’, erano sonnolenti e salivavano più del normale. Qualche mucca teneva una posizione anomala e camminava in modo incerto. Mucche sballate con la canapa

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Con gli occhi rossi

Alcuni capi avevano anche gli occhi arrossati. Tutti fattori che rendono complicata la somministrazione della canapa al bestiame. Durante un test svolto in Germania sono state nutrite con canapa due gruppi di bovine. Alle prime venne data canapa intera che conteneva livelli molto bassi di cannabinoidi. L’altra metà mangiava solo foglie, semi e fiori di canapa, che avevano una concentrazione di cannabinoidi più alta. Hanno analizzato il loro sangue, latte, feci, frequenza cardiaca, respirazione e abitudini alimentari e le hanno comparate.

Risultati contrastanti

Le mucche che mangiavano la canapa intera si comportavano normalmente e non producevano cambiamenti evidenti. Il gruppo che mangiava infiorescenze e foglie ad alto contenuto di cannabinoidi, mangiava meno e produceva meno latte. Anche il loro ritmo cardiaco e la respirazione rallentavano. Si leccavano molto di più la bocca e producevano più saliva. Alcune barcollavano o stavano in piedi in modo anomale. Erano assonnate e si muovevano lentamente. Il loro livello di stress era assai minore. La canapa è ideale per calmare i bovini riottosi o per trasportarli senza problemi. Dopo solo due giorni, le mucche hanno recuperato la loro normalità.

mucche sballate con la canapa

THC e CBD nel latte

Nel latte sono state trovate tracce dei cannabinoidi THC e CBD, il secondo è entrato a far parte di molti integratori alimentari. Sarebbe probabilmente assai gradito per molti che consumano regolarmente gli integratori. Ma i ricercatori si sono limitati alle misurazioni strumentali, senza controllare se, quel latte potrebbe influenzare gli umani che volessero consumarlo. Non ci sono prove che esista un rischio per la salute, anche se probabilmente non approderà mai sulle tavole per le colazioni dei bambini

Nutriente ed economica

Ma la canapa è molto nutriente, è facilmente recuperabile sul mercato e costa molto meno di altri tipi di mangimi e foraggi. Gli allevatori sono molto interessati a conoscere l’effettiva potenzialità di questo foraggio che avrebbe grandi vantaggi economici per le loro aziende. Il timore è che possa avere effetti negativi anche sulla salute degli animali. Se vengono escluse le mucche da latte, la canapa può essere somministrata ad altri animali. Anche i bovini maschi che non producono latte o i maiali o gli ovini da carne potrebbero consumarla.

Uno latte da sballo

Il timore è che il latte contenente tracce di THC possa indurre uno sballo negli umani che lo consumano. Dovremmo consumarne molti litri al giorno, per ottenere gli effetti dei cannabinoidi, ma le tracce sono superiori a quelle ammesse. Le organizzazioni come l’Autorità Europea per la sicurezza alimentare, non lo approverebbero perché supera i limiti consentiti. A questo aggiungete la cattiva fama di tutto ciò che è legato alla canapa. È assai improbabile che troveremo questo latte arricchito sugli scaffali dei nostri supermercati. Anche se il mercato degli integratori potrebbe disporne una versione per soli “adulti”. Mucche sballate con la canapa

mucche sballate con la canapa

Credits: Pixabay