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Sperduti nella taiga

Una famiglia russa ha vissuto per oltre un secolo isolata dal mondo

Abbiamo sentito tante narrazioni sui giapponesi dispersi nelle isole del Pacifico che non avevano ricevuto notizie della fine della guerra. Ma ci sono altri casi di persone o famiglie intere che hanno rifiutato ogni contatto col mondo attuale. Sperduti nella taiga

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La neve può arrivare fino a giugno

In una valletta sperduta nella taiga russa, fatta di laghetti ghiacciati 8 mesi l’anno,  boschi di betulle, e nevicate che possono arrivare fino a giugno, alcuni ricercatori russi alla ricerca di materie prime e giacimenti, si sono accorti di un curioso insediamento. Sembra va venire direttamente dal medioevo. Una capanna angusta con una piccola finestra, situata in una radura, costruita con materiali recuperati direttamente dalla foresta.

Difficili da trovare e raggiungere

Dopo aver trovato un punto di atterraggio per il loro elicottero hanno raggiunto la piccola radura e la capanna. Sono stati ricevuti da un uomo decrepito con una lunga barba incolta. Era l’anziano di una famiglia di sei persone che si erano ritirate in quell’irraggiungibile luogo. Erano membri di una setta religiosa di fondamentalisti ortodossi russi (I Vecchi Credenti). 

Una setta integralista ortodossa

Erano stati scacciati dalle purghe effettuate da Pietro il Grande alla dine dell’800, che li aveva obbligati a tagliarsi le barbe. Per questa famiglia il tempo si era fermato a quell’espulsione. Parlavano dello zar del secolo scorso, come fosse ancora il loro nemico più perfido. L’isolamento non gli aveva permesso di conoscere nulla della cronaca, non sapevano nemmeno che ci fosse stata la Seconda Guerra Mondiale.

Profondamente religiosi e isolati

Questa famiglia viveva con la convinzione che la religione forse l’unica risorsa per la loro salvezza. I ricercatori giunti sino alla loro capanna, all’inizio vennero visti come una punizione divina, e servì molto tempo per farsi accogliere ed accettare. Vollero continuare a vivere in quel modo isolati dal mondo, anche se, una sola volta, accettarono di visitare il campo base dei ricercatori. Possedevano solo una Bibbia, che usavano come riferimento e per insegnare ai bambini a scrivere.

Bandita ogni comodità

Non accettarono nessuno degli oggetti che gli vennero offerti per migliorare la loro vita. Aborrivano le comodità recenti, anche se accettarono il sale di cui avevano perso completamente l’uso. Per loro era stata una vera tortura e la sua mancanza aveva condizionato la loro salute. Col tempo accettarono alcune piccole comodità come coltelli e posate, ed alcuni semi che poterono coltivare.

Sperduti nella taiga una famiglia di ortodossi russi ha vissuto in isolamento nascosti dai boschi di betulle come novelli Robinson Crusoe

Raccontare i sogni

L’unica attività “ricreativa” della famiglia Lykov era raccontare i propri sogni. Non vollero accettare una radio per restare aggiornati sugli avvenimenti più importanti, ma erano incuriositi ed affascinati dalla tv, che videro al campo base. Gestivano le loro risorse con quello che la taiga offriva. Al posto della scarpe costruivano zoccoli o calosce di betulla. Coltivavano la canapa, la filavano e ne facevano tessuti con cui vestirsi.

Persi tutti gli attrezzi in metallo, pentole comprese

Non avevano la capacità di sostituire niente che fosse di metallo. Perciò quando le loro pentole e bollitori si sono sfasciati per la ruggine, hanno imparato a fabbricarne di betulla che però non poteva andare direttamente sul fuoco. La loro dieta base era costituita di polpette di patate mescolate con segale e semi di canapa macinati. Avevano dimenticato anche come fare il pane.

Vivevano come raccoglitori contadini e cacciatori

Raccoglievano ciò che la natura offriva sotto forma di frutta, vegetali e quel poco che potevano coltivare. Cacciavano piccoli animale grazie a trappole di cui conservavano anche le pellicce. Erano costantemente sull’orlo della carestia e facevano tesoro di ogni cosa che potesse divenire un alimento. Il loro regime alimentare era indubbiamente insufficiente.

Una dieta insufficiente li aveva minati

Dopo essere entrati in contatto con gli esploratori ebbero una grossa crisi sanitaria. L’età avanzata e la dieta troppo povera aveva causato gravi problemi renali. Solo una delle donne sopravvisse ed ancora vive da sola nella sua capanna, rifiutando il contatto con la cosiddetta “civiltà”. Sperduti nella taiga

le tombe della famiglia Lykov

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Il simbolo della Nuova Zelanda è a rischio

I kiwi sono diventati col tempo gli animali totem dell’arcipelago neozelandese. 

La cultura Maori è fortemente legata agli uccelli autoctoni. Sono un elemento di collegamento con gli spiriti e la parte magica che permea la cultura degli indigeni. Un vero totem che mantiene intatto il collegamento col territorio e le ritualità ancestrali. Gli uccelli grandi come un pollo, non hanno la capacità di volare ed hanno nemici che rischiano di sterminarli. Il simbolo della Nuova Zelanda è a rischio

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I conigli hanno causato tutto

I coloni provenienti dall’Europa hanno introdotto i conigli in Nuova Zelanda. Questi si sono riprodotti a dismisura e sono diventati un vero problema. Per risolvere la loro sovrappopolazione sono stati quindi introdotti dei furetti dall’Europa. I furetti sono molto voraci ed hanno ridotto considerevolmente il problema dei conigli, ma hanno iniziato a cacciare anche gli indifesi kiwi.

Reintrodurli in natura

Esiste da alcuni hanno un tentativo di reintrodurre gli uccelli originari nel loro ambiente. Molti tentativi sono andati a vuoto, poiché gli uccelli rilasciati non riuscivano a raggiungere la maturità sessuale e a riprodursi prima di venire uccisi dagli ermellini. Ma il progetto prosegue nel suo tentativo.

Il simbolo della Nuova Zelanda è a rischio

Due nuovi pulcini sono nati

Ora nei dintorni della capitale Wellington sono stati trovati due pulcini, questo porta nuove speranze per il successo della reintroduzione. Sono stati censiti meno di 70.000 kiwi selvatici. Una quantità che mette la specie a forte rischio di estinzione. In Nuova Zelanda erano presenti 12.000.000 di kiwi prima dell’arrivo degli europei.

Formidabili artigli 

Il kiwi marrone (Apterix mantelli) quando raggiunge la maturità sviluppa dei formidabili artigli coi quali può combattere i predatori, compresi i voraci ermellini. Ma se la popolazione non aumenterà in modo esponenziale, non si avrà la certezza che la specie riesca a sopravvivere.

Trappole per catturare gli ermellini

Ogni anno vengono rilasciati tra i 20 i 50 uccelli, con la speranza che possano riuscire ad adattarsi  alla vita selvatica. Solo il 5% dei pulcini riesce a sopravvivere, una percentuale decisamente bassa. Nell’area dove vengono rilasciati, grazie ad un accordo con le fattorie locali, sono state installate trappole per catturare gli ermellini e diminuirne il numero in libertà.

Un simbolo dell’indipendenza Maori

I kiwi liberati sono monitorati solo in parte, si spera che ci siano altri pulcini grado di superare il primo anno di vita e diventare indipendenti. Sarà un percorso accidentato il loro, per arrivare ad essere in grado di sopravvivere. I kiwi coi loro lunghi becchi e il loro rauco richiamo sono un simbolo molto caro ai neozelandesi, e vengono essi stessi, spesso identificati con quel nome. Anche il dollaro neozelandese lo raffigura, quindi non è insolito che parlando di denaro si parli di cifre in multipli di kiwi. Il simbolo della Nuova Zelanda è a rischio

Il simbolo della Nuova Zelanda è a rischio

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Migliaia di sostanze chimiche trovate nella plastica 

Amara sorpresa, molte più sostanze di quante immaginiamo sono contenute nelle plastiche. 

Molte sono già note per essere classificate come, pericolose per la salute umana e degli animali. La maggioranza di queste sostanza non è regolamentata, e sono ben 3.600, quelle che devono essere ancora analizzate a fondo. Solo una parte di loro sono conosciute correttamente, e il timore è che molte altre, ancora inesplorate, possano essere dannose per tutti gli esseri viventi. Migliaia di sostanze chimiche trovate nella plastica

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16.000 sostanze e 4.000 si pensa siano tossiche

Il sospetto che possano essere pericolose per noi o per l’ambiente, è inquietante. Il rapporto pubblicato dal Consiglio Norvegese delle Ricerche, ha confermato che nelle plastiche sono contenute almeno 16.000 sostanze chimiche, 3.000 in più rispetto al rapporto pubblicato precedentemente. Sinora solo il 6% di questi elementi chimici sono sottoposti a regolamenti, mentre per almeno altri 4.000 c’è il fondato sospetto che siano tossici.

Micro particelle rintracciate anche nel latte materno

La plastica è ovunque, le sue micro particelle sono state rintracciate nei corpi degli animali e degli umani. Rintracciate anche nel latte materno. I suoi minuscoli frammenti inquinano l’ambiente, e non possono essere completamente filtrati nemmeno nell’acqua in bottiglia o in quelle distribuite dalle municipalità. Queste plastiche contengono sostanze chimiche che, in molti casi, possono causare problemi al pianeta e ai suoi abitanti, ma non sono mai state studiate a fondo.

migliaia di sostanze chimiche sconosciute

Tumori malformazioni e danni al sistema endocrino

La presenza di queste sostanze è stata messa in relazione a problemi di salute. Oltre ad intossicazioni possono coinvolgere il sistema endocrino, e portare a tumori e malformazioni. Sono almeno una quindicina i gruppi di sostanza sotto minuziosa osservazione da tempo. Tra loro gli ftalati e gli PFAS, i primi sono usati per rendere più durature le plastiche, gli PFAS sono ritenuti responsabili di problemi agli apparati riproduttivi e alla fertilità

Servono regole per evitare abusi

I ricercatori stanno cercando di sottolineare i pericoli e vogliono mettere in allarme le autorità perché prendano posizione. Vorrebbero che venissero date disposizioni per il controllo dell’utilizzo di quelle sostanze e la loro riduzione. Servirebbero regole certe e severe per non rischiare di compromettere la vita stessa sul pianeta. Per la stragrande maggioranza di queste sostanze, presenti nelle plastiche, non vengono fornite sufficienti informazioni dai produttori. Il pubblico ha necessità di essere cosciente di ciò che utilizza o è costretto, inconsapevolmente, ad assorbirle sia dai cibi, dall’acqua o dall’aria

Ai politici viene chiesto d’intervenire in modo serio

Se mancano le informazioni non è possibile regolare o ridurre i danni, a rimetterci è tutto l’ambiente e chi lo vive. I politici devono prendere decisioni che potrebbero essere sgradite, ma che tengano conto della necessità di garantire la salute di tutti quanti. Quello della plastica è un business enorme, che coinvolge molte realtà produttive, ma non può sentirsi esente dai danni che provoca a tutta la comunità. Migliaia di sostanze chimiche trovate nella plastica.

migliaia di sostanze chimiche sconosciute

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Si regalano capre

L’isola di Alicudi è invasa da capre che sono selvatiche e creano problemi

L’isoletta sta subendo una piccola invasione di questi brucanti ovini e ha bisogno di disfarsene. L’amministrazione le regala a chiunque sia interessato ed in grado di catturarle e trasportarle via. Nell’ultimo censimento erano almeno 600 le caprette che scorrazzavano sull’isola. Lo spazio è ridotto e la loro presenza è diventata ingombrante. Si regalano capre

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Arrivate 20 anni fa

Sono arrivate nell’isola delle Eolie circa vent’anni fa, portate da un contadino che le ha lasciate libere. Nessuno le ha contrastate e in assenza di predatori si sono riprodotte rapidamente. La fauna locale era bilanciata su un centinaio di caprette ma ora sono almeno sei volte tanto. Davvero troppe

Appena 3 km quadrati

L’isola è di appena tre chilometri quadrati quindi una popolazione così ingente di ungulati crea dei problemi di convivenza. Sono diventate sfacciate e non si limitano più a restare nelle aree più scoscese e rocciose, scendono ed entrano nei giardini e negli orti dei pochi residenti e divorano tutto.

Si regalano capre

Non vogliono ucciderle

I residenti però non vogliono che vengano abbattute e si limitano a sperare che possano essere sfoltite. La soluzione è regalarle a chiunque possegga una barca in grado di raggiungere l’isola, ed abbia la capacità di catturarle e portarsele via. Chiunque può richiedere le capre, non sono necessarie particolari abilità, non è nemmeno richiesto di essere allevatori.

Domanda in marca da bollo

Chi vuole fare richiesta per avere le capre può inviare una domanda in marca da bollo. Appena sarà accettata, avranno 15 giorni di tempo per catturarle e portarsele via. Le richieste sono arrivate da diverse località, sia dal continente come da altre isole dell’arcipelago. L’amministrazione comunale vorrebbe che alcune (una decina) restassero a scopo di attrazione turistica, ma tutte le altre sono invitate ad andare via.

Si regalano capre

Una bellezza selvaggia

L’aspetto “rustico” di Alicudi ha un enorme potenziale turistico, piace proprio perché è la più naturale delle Eolie, non ha strutture ricettive, se si esclude un bar. Possiede paesaggi non urbanizzati, che permettono solo visite molto lente a dorso di asino o mulo, oppure camminando. E’ un paradiso per i fotografi in cerca della wilderness nel mezzo del Mediterraneo.

Serve una barca per raggiungerla

Per arrivare ad Alicudi servono due o tre ore di barca partendo dalle coste della Sicilia. Si accede ad un territorio incontaminato, dove le caprette sono giustamente di casa, ma hanno la capacità di riprodursi troppo rapidamente. Col loro trasferimento potranno ottenere territori più ampi dove scorrazzare e maggiori risorse per nutrirsi. Se svolete una capretta gratuitamente sapete come fare. Si regalano capre

Si regalano capre

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Benessere, Enogastronomia, Marketing

La nuova generazione di gelato industriale

Un reparto molto forte quello del gelato italiano, sia artigianale che industriale

Il binomio Italia-Gelato è molto comune nel pensiero di quasi tutti i turisti e i consumatori che visitano il nostro paese. E’ un vero orgoglio e si svolge nei mille rivoli in cui il gelato può essere mantecato e servito per soddisfare ogni palato. Lo “sweet tooth” il dentino dolce che caratterizza tutti i golosi, si svela in tutta la sua potenza in presenza di gelato. La nuova generazione di gelato industriale

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Un business eccellente

Tralasciamo per un momento chi come e quando lo ha inventato e concentriamoci sull’attualità. Il business legato al gelato e alle attrezzature e i prodotti che servono per prepararlo è in stragrande maggioranza italiano. I nostri brand sono riconosciuti ovunque, e portano con se il valore di qualcosa di estremamente buono, qualificato, e che mette di buon umore. Il gelato italiano è un veicolo promozionale di cui fruisce tutto il paese.

Materie prime sempre migliori

L’industria legata alla preparazione del gelato impiega quasi 5.000 lavoratori. La produzione si attesta sulle 200.000 tonnellate e genera un business di quasi 2 miliardi di euro. Siamo grandi esportatori battuti solo da Olanda e Francia, dove hanno sede le maggiori multinazionali del settore. Il nostro gelato artigianale è nel top di gamma e non si discute per la qualità delle materie prime e delle frutta, ma anche quello industriale sa farsi rispettare. Lo know how artigianale è servito per sviluppare un gelato confezionato eccellente.

La nuova generazione di gelato industriale

I grandi marchi alla carica

Grandi marchi della pasticceria e della cioccolateria hanno saputo mantenere l’assoluta qualità dei loro prodotti traslandoli anche nel campo del gelato. Siamo passati dai semplici “fiordilattte ricoperti” sullo stecco di legno, ai cornetti, diventati immediatamente iconici anche all’estero. A seguire sono arrivate le vaschette e i secchielli, grazie anche alle migliorate catene del freddo.

Morbidezza anche in vaschetta

Al successo del gelato confezionato ha contribuito anche la qualità degli ingrediente sempre più curati e qualificanti. Il gelato ha mantenuto morbidezza e “spumosità” anche nella versione industriale, e questo lo ha reso quasi sempre disponibile nei frigoriferi degli italiani. Ma le cose si evolvono ancora.

La nuova generazione di gelato industriale

Il gelato dei piloti

Sta arrivando sul mercato un nuovo gelato in barattolo che ha tra i fondatori il pilota di Formula 1 Leclerc e che ha dato nome al progetto. Si chiama LEC e oltre al ferrarista tra i fondatori del business, ci sono Federico Grom e Guido Martinetti che avevano sviluppato le gelaterie GROM e Nicolas Todt, da sempre legato a Leclerc.

Pochissimi grassi e zuccheri

Il gelato che propongono è innovativo con un basso apporto calorico, ma con un perfetto mix di sapori che mantiene intatto il livello di golosità. Nato dalle esperienze personali e per le esigenze di soddisfare il palato senza intaccare la linea, una necessità per chi deve mantenere un peso sempre perfetto come i piloti. Le calorie dei barattoli di LEC sono inferiori del 30% rispetto alla media dei gelati in vaschetta o barattolo, grazie ad un uso accorto dei grassi.

Perché resistere alle tentazioni?

Il piacere di degustarlo si accoppia così le esigenze di mantenersi in forma e toglie il timore di esagerare con zuccheri e dolcezza. Nel claim giustamente cercano di sdoganare il senso di colpa e chiedono “perchè resistere” ad un gelato così gustoso e leggero? Al momento i gusti sono ancora pochi ma probabilmente la gamma potrà aumentare se manterrà tutte le prerogative di un ottimo gelato. LEC nasce per essere presente tutto l’anno anche nella stagione invernale e sarà disponibile quasi ovunque in bar, ristoranti, e nella grande distribuzione. 

Nessuno vuole farne a meno

Il gradimento del gelato da parte degli italiani è altissimo! Sono il 98% degli intervistati a dichiarare di amarlo moltissimo e non poterne fare a meno. La nuova generazione di gelato industriale

La nuova generazione di gelato industriale

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Abitare, Benessere, Enogastronomia

Orto che passione

Nonostante la primavera bizzarra di quest’anno fervono le attività in campo.

La passione per la terra e per coltivare a proprio consumo, si consolida. Anzi, trova nuovi estimatori, infatti, sono molti i giovani che si avvicinano alle pratiche agricole nei propri piccoli spazi attrezzati. Un tempo erano soprattutto gli anziani a curare il proprio “orticello”, memori di un passato in cui l’agricoltura era quasi l’unica attività del paese. Col passaggio all’attività nell’orto si dichiarava chiusa la propria carriera nel sociale per dedicarsi a se stessi. Orto che passione

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Il buon retiro

La frase “curare il proprio orto” era già nota al tempo dei Romani che la utilizzavano proprio nel senso di ritirarsi e pensionarsi dalle cariche pubbliche. In molte aree specie nel nord Europa, gli orti sono considerati un aspetto sociale e curativo. Vengono allestiti, soprattuto per gli anziani in aree apposite, e svolgono il compito di tenere impegnate le persone ed aiutarle a superare i momenti di solitudine e depressione. Anche in Italia questi orti pubblici sono diffusi e garantiscono la vita sociale dei cittadini e la cura del territorio pubblico.

Orto che passione

Competizione per il miglior pomodoro

La piccola inevitabile competizione per chi riesce a coltivare la miglior insalata, pomodori o ravanelli, porta a curare in modo speciale il proprio orto. La stessa competizione che spinge a trovare i migliori semi, i migliori sistemi di coltivazione, il terriccio e la corretta irrigazione. Negli orti pubblici che vengono assegnati agli anziani o a persone con problemi, i terreni sono spesso in vasche sollevate dal terreno, più facili da coltivare per chi ha qualche problema nel curvare la schiena, e sono dotati di impianti per l’irrigazione.

Mangiare le proprie verdure

Riuscire a far dar vita e far crescere i propri vegetali è anche un modo per restare connessi alla terra ed avere la certezza di ciò che si mangia. Si possono coltivare orti, giardini, terrazzi e persino balconi. Chi ha poco spazio spesso si dedica alle piante aromatiche, salvia, rosmarino, timo, ecc. per insaporire a dovere i propri piatti. Chi ha estensioni maggiori può dedicarsi a colture più estensive. Dove regnalo le insalate, i pomodori, le zucchine, le zucche, le fragole, le biete, ecc.

Anche le galline

Chi possiede un piccolo appezzamento, grande abbastanza, alleva le proprie galline per le uova fresca e la carne. Anche in questo caso la competizione per la gallina più bella diventa un incentivo per il proprio orgoglio. Sono oltre il 60% gli italiani che mettono mano a zappe e vanghe per rendere impeccabile il proprio orto, una passione che non smette di attrarre. Alcuni riescono anche ad ottenere un piccolo rientro dal loro pollice verde, vendendo e scambiando i prodotti con gli altri coltivatori. Un piccolo extra business che rende orgoglioso i neo ortolani. Orto che passione

Orto che passione
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Un AIUTO scritto con le foglie di palma

Come nei migliori film di avventura e azione la scritta ha funzionato

Scenario: Oceano Pacifico, tre naviganti in avaria e naufragati su un isolotto sono riusciti a farsi scorgere da un aereo. Una volta inviati i soccorsi i tre esperti marinai sono stati portati in salvo. Sono riusciti a sopravvivere grazie alla loro esperienza di vecchi lupi di mare bevendo acqua di sorgente e mangiando polpa delle noci di cocco. Un AIUTO scritto con le foglie di palma

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Novelli Robinson Crusoe

Un’esperienza che ricorda altri celebri naufraghi come Robinson Crusoe. L’aver manifestato la loro presenza con un enorme “HELP” scritto con le foglie delle palme li ha resi reperibili. La Guardia Costiera degli Stati Uniti è riuscita ad inviare un ricognitore ed a soccorrerli. L’equipaggio di tre marinai era partito dall’atollo Polowat e intendeva raggiungere quello di Pikelot, a circa 100 miglia nautiche,

Uno skiff leggerissimo per viaggiare veloci

La loro imbarcazione era uno schifo (skiff) di 20 piedi aperto. Un natante molto veloce con scafo sottile e pescaggio quasi inesistente, destinato a volare sull’acqua e dotato di un motore fuoribordo. Il programma era una gita di pesca ma si è risolta in un naufragio per colpa delle secche attorno all’atollo. 

Cibo acqua e foglie di palma

I tre naufraghi però non si sono lasciati prendere dallo scoramento ed hanno trovato questa soluzione per rendersi visibili, mentre pensavano a sopravvivere con quello che l’atollo offriva. La loro scomparsa non era passata inosservata e le ricerche erano già scattate ed un aereo era uscito in perlustrazione. 

Un AIUTO scritto con le foglie di palma

Raggiunti grazie alla scritta

Dopo aver notato la scritta sulla spiaggia dell’isola hanno paracaduto dei kit di sopravvivenza, una radio ed avvisato la Guardia Costiera che  è così riuscita a raggiungerli. Dopo il salvataggio i tre hanno raccontato la loro avventura e l’incidente che ha causato la rottura del motore. Il loro unico desiderio era ritornare alla base di partenza a Polowat.

Carramba che sorpresa

Tra le sorprese uno dei soccorritori ha scoperto che uno dei naufraghi era un lontano parente, un cugino di terzo grado, mentre gli altri due lo erano di quarto grado. Una vera carrambata. Lo spirito dei soccorritori è quello si sostenere questi abitanti della Micronesia, dispersi a grandi distanze ma uniti dall’abilità e dalla confidenza che hanno verso l’Oceano.

Già altri due naufragi in tempi recenti

L’atollo di Pikelot aveva già avuto un simile evento quattro anni prima. Altri tre naviganti erano naufragati nello stesso luogo e salvati dopo 3 giorni. In quel caso però si era trattato di vera imperizia, per non aver calcolato il giusto bisogno di carburante della loro imbarcazione, ed erano rimasti a secco.

A nuoto nella notte stellata

Sono episodi non troppo rari, un’altro naufragio era successo nel 2016, ma in quel caso i naufraghi avevano dovuto nuotare oltre due miglia per raggiungere l’isolotto più vicino. Fortunatamente nonostante fosse notte sono riusciti ad arrivare sino alla spiaggia alla luce della stelle e della luna.

Meglio portare un radiofaro

La Guardia Costiera consiglia a chi vuole muoversi con maggiore sicurezza di utilizzare dei radio fari. Ora esiste la possibilità di noleggiarli per brevi periodi e garantirsi la possibilità di restare in contatto coi soccorritori. La Micronesia occupa un’area enorme nell’Oceano Pacifico e diventa complicato monitorare tutti gli isolotti e gli atolli, molti dei quali disabitati o scarsamente abitati. Un AIUTO scritto con le foglie di palma

Immagini:Pixabay e web

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Proibire la musica troppo lenta o troppo veloce.

è la nuova imposizione del leader della Cecenia Kadyrov.

Tutta la musica che non raggiunge gli 80 battiti al minuto o eccede i 116 è bandita dal territorio ceceno. Una ennesima follia del dittatore Kadyrow che ha trasformato la piccola repubblica caucasica, in una enclave dove tutto è proibito. Ai musicisti sono concessi 45 giorni per modificare e riarrangiare i loro brani o non potranno essere eseguiti.

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Musica troppo lenta o troppo veloce

Ogni regime dittatoriale cerca di regolamentare ogni cosa perché nessuno possa recriminare. La musica è uno di questi mezzi, con cui viene imposta una ulteriore restrizione delle libertà personali. Piccola cosa rispetto alla molte altre violazioni dei diritti, ma esageratamente impositiva. I regimi che impongono restrizioni troppo rigide spesso superano il livello di guardia e diventano materiale per rovesciare quei regimi.

Salvaguardare le tradizioni

La musica è diventata un’altra delle restrizioni imposte dal governo. Il tentativo è quello di “salvaguardare le tradizioni” e sradicare le moleste ingerenze della musica occidentale che potrebbero influenzare la popolazione. La mentalità e le tradizioni cecene anche nel campo della danza saranno così protette dalle negative influenze esterne. in tutte le loro esternazioni ricordano certi dettami di regimi nazisti e fascisti, dove tutto è deciso nei palazzi del potere.

Proibire la musica troppo lenta o troppo veloce

Non imitare o gradire ciò che arriva dall’estero

Il governo impone ai cittadini di “Non prendere in prestito la cultura musicale da altri popoli”, lo considerano “un atteggiamento inammissibile”. Queste le dichiarazioni di Musa Dadayevhe, ministro della Cultura. Per conservare l’integrità del nostro popolo,“Dobbiamo portare alla gente e al futuro dei nostri figli il patrimonio culturale del popolo ceceno”.

Integralismo musulmano

La Cecenia è un paese piccolo, di solo 1,5 milioni di abitanti, che si stende tra Mar Nero e Caspio. Celebre soprattutto per la ferocia con cui combattono i suoi soldati, i ceceni sono stati per anni il braccio armato di Putin, in tutte le azioni più efferate. La religione ha una grande importanza per Kadyrov che la usa come propellente per incendiare i suoi soldati e spingerli ad eccessi sanguinari.

Una cattiva aria

In Cecenia si respira una cattiva aria, troppe sono le limitazioni imposte ai suoi abitanti. Le minoranze sono duramente colpite, soprattutto gli omosessuali. Ma sono tanti i divieti, il primo riguarda l’abbigliamento, con nessuna concessione a ciò che non sia strettamente tradizionale. Il tentativo di bloccare sul nascere qualsiasi dissenso, oltre alle scelte di che abito portare, passa anche per la musica.

Proibire la musica troppo lenta o troppo veloce

Sfrondare tutti i ballabili

Il tentativo è di evitare che qualsiasi brano ballabile (la dance suonata in tutto il mondo) possa essere suonato o trasmesso nel paese. La “cosiddetta” musica occidentale non può e non deve condizionare la mentalità dei ceceni. Sono moltissimi i brani che sono troppo veloci, la stragrande maggioranza delle hit internazionali, ma anche evergreen come “Hey Jude” dei Beatles, non potrà essere trasmesso o eseguito perché è troppo lento

Una beffa finale

Ora sorge un nuovo problema per Kadyrov, negli incontri internazionali col suo più grande ispiratore, non potrà fare ascoltare l’inno nazionale. Infatti, l’inno con cui dovrebbe accogliere Putin e le sue delegazioni non rientra nelle restrizioni, il pomposo inno russo è di 76 battiti al minuto. Vedremo se verranno concesse deroghe in proposito

Proibire la musica troppo lenta o troppo veloce
Enogastronomia, Marketing

La patatina blasfema di Amica Chips. 

Tanto tuonò che piovve. 

Le associazioni cattoliche sono partite lancia in resta per far bloccare la pietra dello scandalo. Ovvero lo spot della patatina Amica chips, che ha suscitato molto clamore e irretito gli integralisti religiosi che si sono sentiti “offesi”. So much ado about nothing per citare Shakespeare (tanto rumore per nulla), ma la protesta ha ottenuto un risultato. La patatina blasfema di Amica Chips è stata sospesa.

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Tutti a cercare lo spot

Se a qualcuno lo spot era sfuggito, ora tutti gli italiani vogliono vederlo per farsi un’idea e commentarlo con conoscenza dell’argomento. Se era questo il gioco di Amica Chips, vale la pena di dire Bravi! Hanno centrato in pieno l’obiettivo. Da due giorni non si parla d’altro. Se invece l’obiettivo era fare infuriare gli integralisti e suscitarne ondate di sdegno e isterie complottiste catacumenali, ancora Bravi, obiettivo centrato due volte. 

Blocco della trasmissione dello spot

Gli integralisti cattolici appoggiandosi all’AIART sono riusciti a far bloccare la trasmissione dello spot, ma hanno istigato la curiosità di milioni di persone. La sospensione parte immediatamente, e l’azienda ha una settimana per appellarsi. Poiché lo spot era stato approvato, ha buonissime possibilità di veder ritirare il restringimento. L’eventuale effetto offensivo diventa così un’ arma, che i pubblicitari potrebbero sfruttare ancor meglio.

Lo spot in convento

La campagna è ambientata in un convento e viene supportata da un brano che crea atmosfera, come l’Ave Maria di Schubert. Un gruppo di giovani novizie si appresta a prendere la comunione e si avvicina all’altare. Appena la prima riceve l’eucarestia si sente lo scrocchio tipico di una patatina. La novizia si arresta sbalordita per il rumore, immaginando di essere stata lei a provocarlo. Ma poi si gira e vede un’altra suora che sta pescando patatine dal sacchetto e le sgranocchia. Un fraintendimento che suscita una risata e che non ha nessuna intenzione di offendere od essere sacrilega.

Il divino quotidiano

Il claim dello spot è “Amica chips il divino quotidiano” e gioca tra realtà e finzione. Forse è proprio l’aver citato l’aspetto dogmatico che mette a confronto ostia e patatina ad aver scatenato le ire dei religiosi più ferventi. Fare ironia sembra essere proibito se coinvolge aspetti religiosi. Il Comitato di Controllo dell’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria ha imposto di dare uno stop allo spot e ingiunto di presentare eventuale opposizione entro 7 giorni. Vedremo come finirà la cosa.

Stato laico o teocratico?

La comunicazione commerciale non deve offendere convinzioni morali civili e religiose, recita il disciplinare. Corretto, ma ci si dimentica che questo è uno stato laico e non teocratico. La “supposta“ blasfemia è tutta nell’occhio dello spettatore, che ha diritto di scelta. Amica chips, ha più volte utilizzato la leva dell’ironia e del double-entendre, è nello stile aziendale suscitare una sana risata. Peccato che le convinzioni religiose non consentano di saper ridere di se stessi. La patatina blasfema di Amica Chips

La patatina blasfema di Amica Chips

Credits: Spot Amica chips

Benessere, Enogastronomia

L’erbazzone reggiano diventa finalmente Igp

Il Ministero dell’Agricoltura sblocca la situazione che era in stallo da mesi.

Il riconoscimento della IGP era tenuto in scacco da alcuni mesi da un’azienda che ora si troverà in difficoltà con i propri impianti, o dovrà cambiare denominazione. Infatti la zona di produzione viene ristretta al solo territorio della Provincia di Reggio Emilia. Per poter usarela denominazione IGP per poter essere utilizzata, deve dimostrare di essere prodotta nella zona di appartenenza. L’erbazzone reggiano diventa finalmente Igp

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Risale al Medioevo

L’erbazzone reggiano, è una ricetta antica che risale al Medioevo. Era un piatto povero, realizzato con le materie prime meno costose e a disposizione in quasi ogni casa od orto. É una Torta Salata contenuta tra due strati di sottile sfoglia non lievitata. Il contenuto nella sua semplicità è però, come accade spesso, molto influenzato dal gusto di chi mescola gli ingredienti e la prepara. 

Ricetta contadina

Una ricetta contadina che consentiva di avere qualcosa di sostanzioso, ma facile da trasportare, anche durante le giornate di lavoro più intense. Realizzata a costi sostenibili, coi prodotti dell’orto con le verdure disponibili in quasi ogni stagione, e nelle percentuali possibili nell’impasto del giorno.

Solo 7 ingredienti

Gli ingredienti ufficialmente sono 7: erbe (sono ammesse, bietole, spianaci ma anche altre spontanee come il ramolaccio), farina, acqua, strutto, sale e Parmigiano Reggiano. Il settimo ingrediente è la cipolla, con cui le verdure vengono fatte rosolare prima di essere racchiuse nella sfoglia. Sono consentite piccole variabili, come sostituire l’olio o il burro allo strutto e le verdure possono essere insaporite anche con aglio e pepe. Una variante comprende anche pan grattato per ottenere la giusta consistenza, i puristi preferiscono non metterlo.

Dipende dalla forma della teglia

La forma dell’erbazzone reggiano si adatta alla teglia in cui viene preparato, può essere tondo, quadrato o rettangolare. Lo spessore può variare dai pochi millimetri ai tre centimetri, a seconda delle abitudini di chi lo prepara. Non sono ammessi conservanti, perché è una torta salata da consumare velocemente.

Scarpasout o Scarpasoun

Esiste una variante interessante nel territorio di Correggio, dove la torta salata non prevede l’uso della sfoglia e resta nudo, con le crosticine che si formano in superficie e sotto. L’erbazzone diventa così “scarpasout” o “scarpasoun” e il numero degli ingredienti si riduce ancora, perdendo la pasta che lo avvolge. 

Scarpasoun o scarpasot

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